Redazione

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Ancora un ritiro nel mondo dello sci di fondo, ma questa volta inevitabile. A otto mesi di distanza dall’arresto cardiaco avuto mentre era alla guida della propria vettura, Sondre Tuvoll Fossli ha annunciato il suo ritiro dallo sci di fondo.

La notizia è stata lanciata attraverso un comunicato apparso sul sito della Federazione Norvegese di Sci. «Ho vissuto un periodo difficile – ha affermato l’atleta – ora ho preso la decisione, insieme ai miei cari, di smettere. Dopo il mio arresto cardiaco del 12 agosto scorso, sono stato sottoposto a una serie di test. Secondo i risultati, semplicemente è per me impossibile proseguire nello sport ad alto livello».

L’ex fondista norvegese, che aveva compiuto 26 anni proprio due giorni prima dell’infarto, Fossli ha voluto ringraziare coloro che gli hanno salvato la vita: «La salute è la cosa più importante, anche se mi manca molto la mia vita da atleta. Senza mia ragazza Henriette e Pål Even Jahren, che rapidamente mi hanno soccorso, oggi non sarei vivo. Ci ho pensato e sarò eternamente grato a loro».

In carriera Fossli ha ottenuto i suoi migliori risultati nelle sprint, vincendo una gara (Ruka nel novembre 2015) e salendo altre tre volte sul podio in Coppa del Mondo, mentre ai Mondiali Under 23 ha vinto un oro ad Almaty nel 2015, più un argento e due bronzi ai Mondiali Juniores di Otepää ed Erzurum.

La nazionale austriaca di salto è tornata ad allenarsi mercoledì tra Innsbruck e Salisburgo. Lo scorso fine settimana gli atleti della squadra sono stati testati, così come allenatori, staff di supporto e fisioterapisti, per avere la certezza della loro negatività al coronavirus.

Nei giorni scorsi il governo austriaco aveva annunciato le condizioni e le linee guida per riprendere gli allenamenti negli sport professionistici. L’ÖSV, l’associazione sciistica austriaca, già da tempo si stava organizzando per poter tornare immediatamente ad allenarsi senza correre rischi e garantendo la salute degli atleti.

La squadre austriache risiederanno in piccoli alloggi esclusivi. La durata minima dei ritiri sarà di otto giorni e le squadre avranno un loro personale che si occuperà del catering. I partecipanti saranno tutti testati prima dell’arrivo nel ritiro. Un altro tampone sarà poi eseguito alla chiusura del raduno, per garantire che gli atleti possano tornare a casa senza far correre rischi alle persone che vivono con loro.

Sul sito federale il presidente Peter Schröcksnadel ha spiegato: «Con un totale di 450 atleti e 250 allenatori, prevediamo più di 1500 test (tamponi) per consentire un rientro responsabile nell’allenamento organizzato dalla ÖSV. Inoltre effettueremo a tutti gli atleti dei test sierologici in collaborazione con l’Università di Innsbruck, indipendentemente dall’organizzazione dei raduni, in quanto è per noi importante sapere se i nostri atleti sono già stati infettati da Covid-19 e potrebbero quindi esserne oggi immuni»

Sono tanti gli atleti che in questo periodo stanno annunciando il proprio ritiro dalle competizioni. Dopo Thierry Chenal ed Alexia Runggaldier nel biathlon, è stato il fondista Enrico Nizzi a dare notizia, attraverso i propri social, dell'addio alla carriera agonistica. A quasi trent'anni - li compirà il prossimo agosto - l'atleta del Centro Sportivo Esercito ha quindi deciso di smettere.

Nella stagione 2018/19 Nizzi si tolse anche la soddisfazione, a Dobbiaco, di ottenere il proprio miglior risultato in Coppa del Mondo, giungendo 20° nella sprint. L'alpino ha anche rappresentato l'Italia in occasione delle Olimpiadi di Sochi, giungendo 44° nella sprint in skating. Quest'anno Nizzi aveva anche chiuso sul podio la sprint di OPA Cup di St. Ulrich, giungendo terzo alle spalle di Chappaz e Gabrielli.

Ecco il messaggio attraverso cui ha comunicato il proprio addio allo sci di fondo.

«Un sogno durato 10 anni, un lungo periodo in cui sono cresciuto come uomo e come atleta. In questi anni ho gioito, sofferto, esultato, amato, sorriso, pianto, riso, urlato, viaggiato; sono passato più volte dalle stelle e alle stalle nel giro di qualche giorno... Sono stato orgoglioso di rappresentare la mia nazione, la mia regione, il mio paese in 20 gare di Coppa del Mondo e in un’Olimpiade. Ho avuto la fortuna di trasformare la mia passione in un lavoro e in seguito addirittura di realizzare i sogni che avevo da bambino. Ho conosciuto un’infinità di persone e di atleti, ho imparato ad apprezzare le differenze, le peculiarità e le qualità di ognuno di loro.
Non basta un semplice grazie per descrivere ciò che provo verso il Centro Sportivo Esercito, ha scommesso su di me fin da subito anche se abito lontano dalla caserma. Mi ha messo nella condizione migliore per cercare di raggiungere il sogno olimpico. Mi ha sostenuto nei momenti di gloria e ascoltato nei momenti più neri. Sarà un periodo della mia vita che porterò per sempre nel cuore.
Le persone da ringraziare sono troppe ma ci tengo a citare: la mia famiglia e le persone che mi vogliono bene, che hanno fatto sacrifici per ben più di dieci anni per farmi raggiungere questi obbiettivi; i tecnici che hanno cercato di insegnarmi il più possibile; tutti i singoli atleti, colleghi o avversari che mi hanno fatto crescere come uomo; chi ha curato il mio corpo e mi ha permesso di gareggiare fino a 30 anni. I miei amici a casa, che mai mi hanno fatto pesare il mio lavoro e il mio stile di vita, ma facendomi sentire sempre il loro affetto. Ovviamente un grazie di cuore a tutti i miei sponsor: #EthicSport, #FarmaciaRigoni, #VuerichService, #Fischer, #Swix, #Trentino, Val di Fassa , #MoenaAlpinePearls, #Tecso, #Skiskett.
Ci tengo a ringraziare anche la mia schiena che ha tenuto duro e forse grazie a lei ho capito che il bello non è solo vincere ma è il percorso verso l’obiettivo e soprattutto le persone con cui condividi la strada.
Per il mio futuro a breve termine ho molti obiettivi su cui sto lavorando da un più di un anno…. Ma questo forse è un altro sogno….
È stato un onore e un piacere!
Enrico Nizzi»

A 33 anni ha deciso di lasciare lo sci di fondo una delle atlete più amate del circuito, Astrid Uhrenholdt Jacobsen. La fondista norvegese ha annunciato il suo addio in un’intervista rilasciata a NRK. Jacobsen ha deciso di dedicarsi alla sua grande passione, la medicina, concludere gli studi al più presto per diventare un medico. L’emergenza coronavirus ha in qualche modo reso l’atleta ancora più scelta di fare questa scelta.
    
Il suo addio era nell’aria già al termine della 30km di Holmenkollen, quando la forte atleta scoppiò in lacrime consapevole che forse quella era stata la sua ultima gara in Coppa del Mondo. Ora l’addio ufficiale.

«Oggi il sogno della mia vita è essere un operatore socio sanitario piuttosto che una fondista – ha affermato l’atleta a NRKcosì ho dovuto mettere un punto sulla mia carriera. È difficile identificare una sola ragione per questa scelta, ma in generale posso dire che sono così sazia che credo di non riuscire a ottenere nulla di costruttivo provando a competere un altro anno. Sono davvero orgogliosa della stagione ho fatto, di aver fatto quello che ho potuto, sono riuscita a crescere e svilupparmi fino alla mia ultima stagione». 

Nella stagione appena conclusa Jacobsen ha ottenuto l’ultima delle sue sei vittorie in Coppa del Mondo, imponendosi nella 10km in classico disputata in Val di Fiemme lo scorso 3 gennaio e chiudendo anche al quarto posto nella classifica generale. La sua prima vittoria tra le senior, però, la norvegese la ottenne direttamente in un Mondiale, conquistando un clamoroso oro nella sprint di Sapporo del 2007, quando era ancora juniores, davanti a Pedra Majdic. Da allora ha vinto tanto, soprattutto con la sua squadra, conquistando un oro olimpico in staffetta a PyeongChang nel 2018, ma anche due ori, un argento e un bronzo, sempre in staffetta, ai Mondiali, medaglie alle quali vanno aggiunti l’argento e i due bronzi mondiali individuali e i due bronzi nelle team sprint. «Conquistare medaglie e fare belle gare è sempre stato diventente – ha ammesso Jacobsenma la cosa per me più importante è il mondo in cui ho affrontato le gare, sono orgogliosa di aver sempre mantenuto i miei valori».

In carriera la norvegese ha avuto tanti infortuni, che l’hanno frenata, alcuni anche spaventosi. Nel 2009 una brutta caduta in bici le provocò un grave infortunio alla schiena, poi successivamente anche la frattura del gomito e della mascella. Nonostante tutto riuscì a qualificarsi per le Olimpiadi di Vancouver del 2010, dove ottenne un settimo posto nella sprint che per lei è il suo miglior risultato in carriera: «Penso che pochi sappiano quante lesioni abbia veramente avuto e quanto sia stata vicino alla possibilità di non avere una vita normale o fare sport. Appena infortunata, il focus principale era sulla possibilità di riguadagnare la piena funzionalità per avere una vita normale. Ci è mancato poco, che le cose potessero andare in modo diverso. Tanto che mia mamma mi ha sempre detto che avevo degli angeli a sorvegliare su di me».

Alla vigilia delle Olimpiadi di Sochi perse il fratellino Sten Anders, ma decise di restare in Russia per onorarlo e riuscendo a giungere quarta nella sprint. «È ancora difficile pensarci. Sento che ancora ci sono molte risposte che non ho. È senza dubbio la cosa più dura che mi sia mai accaduta, ma continuo a pensare che fosse giusto restare lì. Ciò dice molto sulle persone che sono state attorno a me, le ho apprezzate al punto che quello era il posto più sicuro per me in quel momento. Negli anni il nostro team ha dovuto attraversare una serie di esperienze e situazioni difficili, ma questo ha fatto si che ci siamo avvicinati ancora di più gli uni agli altri. C’era tanta umanità tra noi. Sicuramente questo è qualcosa di molto positivo, che non si misura con le medaglie».

Al di là dei momenti difficili, la cosa che più inorgoglisce Jacobsen è quella di non aver mai abbandonato i suoi valori nel corso di tutta la carriera: «Potrebbe essere sembrato facile per me, ma non penso sia semplice per nessuno farlo. Ma molto prima di entrare nello sport ad alto livello, scelsi di essere veramente legata ai miei valori e questa è una responsabilità che a volte può essere difficile mantenere».

Nella giornata di ieri ha dato il suo addio al biathlon, ad appena 28 anni, mettendo fine ad una carriera nella quale si è tolta anche la grande soddisfazione di vincere una medaglia mondiale, lo splendido bronzo nell’individuale di Hochfilzen del 2017. Il giorno dopo aver annunciato il suo ritiro, Alexia Runggaldier è ancora emozionata e commossa perché uno splendido capitolo della sua vita si è definitivamente concluso.
Nell’intervista che ci ha rilasciato, la gardenese delle Fiamme Oro ha descritto le proprie emozioni, ripercorso la sua carriera e parlato di sé.

Ciao Alexia, cosa stai provando nel giorno successivo all’annuncio del tuo ritiro?
«Ho la consapevolezza che adesso è veramente finita, perché fino a ieri, pur avendo già preso questa decisione, non l’avevo ancora resa ufficiale. Non nascondo che mi è anche scesa qualche lacrima nel vedere tutti i messaggi che ho ricevuto. Da una parte provo anche un senso di sollievo, perché so che adesso potrà partire una nuova fase della mia vita, ma ciò non toglie quel velo di nostalgia e tristezza, che sono inevitabili quando chiudi un bellissimo capitolo che hai vissuto».

Quando hai preso la decisione di porre fine tua carriera?
«È maturata già durante l’inverno, quando mi sono accorta che in gara mi mettevo sempre troppa pressione e non riuscivo a dare ciò che potevo, pur venendo da un’estate molto positiva, nella quale mi ero allenata bene stupendo quasi me stessa. D’inverno non sono però riuscita a mantenere la stessa tranquillità, perché le gare mi mettevano ansia. Questo mi ha fatto pensare tanto, in quanto mi sono detta che alla mia età non era certo una cosa positiva vivere la competizione in questa maniera. Con l’esperienza maturata negli anni, avrei dovuto godermi di più ciò che stavo facendo ed essere maggiormente consapevole dei miei mezzi. Da lì ho iniziato a pensare al ritiro, anche perché nel corso della stagione il corpo ha cominciato a non aiutarmi più e anche di testa ero sempre meno convinta. Insomma la decisione è stata sempre più chiara, anche perché i risultati non stavano arrivando. Avevo troppi alti e bassi».

In occasione della tappa di IBU Cup a Minsk eri quindi consapevole che fosse il tuo ultimo tuo weekend di gare internazionali?
«Si e avevo delle sensazioni molto strane nel lasciarmi tutto alle spalle. Quella settimana ero particolarmente triste, ma ancora peggio è stato quando sono tornata. Non appena ho messo piede a casa, ho pianto per un’ora. In quel momento mi sono resta conto che stavo lasciando un ambiente in cui ho conosciuto tante persone e stavo cambiando anche il mio stile di vita, visto che sono sempre stata abituata a viaggiare tanto, a non stare mai ferma in casa, andando in giro per il mondo sempre con le stesse persone. Per questo sono un po’ crollata in quel momento, anche perché sono una persona molto emotiva».  

Nel saluto sui social, mi ha colpito molto il passaggio in cui ringrazi le tue compagne di squadra perché ti hanno fatto capire cosa non andava in te.
«È una cosa molto personale. Diciamo che in questo lungo periodo sono molto cambiata. Negli anni scorsi, quando non stavo tanto bene con me stessa, le mie compagne cercavano di farmi capire che c’era qualcosa che non andava. Sai, subito certe cose non lo vedi, poi quando inizi a guardare molto approfonditamente dentro te stessa, capisci che avevano ragione nel farti notare certe cose. Per esempio ero molto competitiva, non riuscivo mai a mostrare me stessa, tenevo il sorriso anche quando dentro non stavo bene. Per questo motivo sono stata molto contenta di aver fatto le ultime gare della mia carriera insieme a Nicole (Gontier, ndr), anche se sarei stata più felice per lei se fosse stata in Coppa del Mondo. È stato bello ritrovarsi, ci siamo riavvicinate, probabilmente anche come persone diverse rispetto al passato».

Ci hai detto di aver ricevuto tanti messaggi. Immaginiamo che negli anni hai fatto amicizia anche con diverse atlete straniere.
«Si. Per esempio Ingela Andersson posso considerarla a tutti gli effetti una delle mie migliori amiche. Durante l’estate non è facile frequentarsi, ma siamo sempre state in contatto. Anni fa abbiamo anche fatto una vacanza assieme e ne stavamo organizzando un’altra per questo aprile, coinvolgendo anche la mia migliore amica di qui, ma purtroppo l’emergenza coronavirus ha fatto saltare tutto. Un’altra amicizia importante che ho fatto in questi anni è stata con Elisa Gasparin. Oltre loro due, ho un ottimo rapporto anche con tante altre biatlete».  

Passiamo alla tua stagione più bella, il 2016/17.
«È stato un anno straordinario, nemmeno io me l’aspettavo, perché non pensavo di fare un salto di qualità così rapido. In un mese mi sono ritrovata ad aver ottenuto due podi individuali e disputato un Mondiale bellissimo, che ha sorpreso anche me. A ripensarci oggi è stata una figata».

Riguardando la foto del podio di Hochfilzen con due grandissime campionesse come Gabriela Koukalova e Laura Dahlmeier, cosa provi?
«Ciò che provo da quando ho guardato quella foto per la prima volta. Ogni volta che mi rivedo vicino a quelle due campionesse, penso che allora qualcosa di buono l’ho fatto anch’io. Quella foto significa tanto per me, sono orgogliosa di aver condiviso il podio con due atlete del genere».

È stato quello il momento più bello della tua carriera?
«Si, ma insieme alla vittoria ottenuta in staffetta a Hochfilzen nel dicembre 2018. Per me quella è stata una gara speciale, in quanto solo un anno e mezzo prima, sempre sulla stessa pista, ai Mondiali non avevamo conquistato la medaglia ed io non ero riuscita a dare il meglio di me stessa. Ciò mi aveva sempre infastidito, perché tenevo tantissimo a quella gara e non ero riuscita a tirare fuori quello che avrei potuto dare in quel momento. Il fatto di essere quindi salite sul podio un anno e mezzo dopo sulla stessa pista, addirittura vincendo, mi ha dato tanta soddisfazione, anche se pure in quell’occasione non ho disputato certo la mia miglior gara. Purtroppo ho sempre fatto molta fatica in staffetta».

Come mai?
«Ho sempre sentito troppo queste gare, mettendomi una pressione esagerata. Per esempio nel 2017, il mio anno migliore, quando partivo per le gare individuali ero più tranquilla, perché gareggiavo soltanto per me. In staffetta, invece, ero consapevole che un mio errore avrebbe fatto perdere tutta la squadra e ciò mi ha sempre messo maggiore pressione addosso, portandomi a non sparare bene come avrei potuto e dovuto».

Dopo il tuo grande 2017 non sei riuscita a ripeterti. Su questo hanno influito anche alcuni problemi fisici che hai avuto?
«Fino a quel momento non avevo mai riscontrato grandi problemi fisici, avevo avuto pochi malanni. Da lì in poi hanno iniziato ad arrivare e non capivo da dove venissero, in particolare quello strappo muscolare nel corso della preparazione della stagione 2018/19 che proprio non riuscivamo a spiegarci. A rallentarmi, però, non sono stati solo questi problemi fisici ma anche la componente mentale, mi sono messa più pressione addosso. Insomma è stato tutto un insieme di cose».

La scorsa estate ti sei allenata insieme alle fondiste della squadra di sede delle Fiamme Oro. Ilaria Debertolis ce l’ha descritta come una grande famiglia.
«É vero che siamo come una grande famiglia. Ognuno cerca di aiutarsi a vicenda e anche se siamo tutti molto diversi ci siamo sempre rispettati. É stato molto bello condividere la stanza con Erica (Antoniol, ndr), Ilaria (Debertolis, ndr) e Sara (Pellegrini, ndr). Ci siamo divertite un sacco e a un certo punto sembravamo come sorelle che litigano per chi non pulisce per terra o chi lascia in giro le bottigliette d'acqua. Anche in allenamento ci siamo sempre divertite e più di una volta mi hanno tirato il collo».

Nel nuovo capitolo della tua vita, cosa porterai dietro di ciò che hai imparato nel biathlon?
«Sicuramente sarà molto utile la disciplina. Il biathlon, poi, ti insegna che sei tu ad avere in mano le cose, perché quando ti poni un obiettivo puoi raggiungerlo se ci metti tanto impegno. Dall’altra parte, però, negli ultimi anni mi ha anche insegnato ad accettare me stessa, i miei limiti e ad ascoltare il mio corpo. Ho capito di essere una persona molto sensibile, che fa fatica a gestire le emozioni, mentre in questo sport bisognerebbe essere più freddi e lasciarsi scivolare le cose. Insomma ho scoperto tanto di me stessa. Per questo dico che il biathlon è stato una scuola di vita e sono felice di aver avuto l’opportunità di fare questa esperienza. Senza il percorso seguito non sarei la persona di oggi».  

Cosa ti mancherà di più?

«Le persone che ho conosciuto in questi anni e il brivido della gara, l’adrenalina di quando sei in forma e arrivi all’ultimo giro che ti giochi un bel risultato».

Quale consiglio dai ai giovani che hanno deciso di praticare il biathlon a livello agonistico?
«A loro consiglio di credere in se stessi, tenere duro quando si è stanchi in allenamento e si fa fatica, perché questo sport li ricompenserà in tante cose. È un’esperienza unica che non tutti hanno la fortuna di fare»

Le nazionali cinesi di fondo e biathlon lasciano la Norvegia e svolgeranno in patria il lavoro necessario per prepararsi al meglio alle Olimpiadi di Pechino 2022. L’ha riferito il sito Trønder-Avisa.

I cinesi hanno deciso di non estendere il contratto con il liceo Meråker, iniziato nel 2018 e si alleneranno di più in Cina ma sempre con allenatori norvegesi. «Abbiamo chiuso l’accordo con la Cina in aprile e non verrà esteso. La Federazione Cinese vuole avere un maggiore controllo sui propri atleti, che rimarranno quindi nel loro paese più a lungo. Vogliono allenatori norvegesi che però stiano in Cina» ha affermato Bjørg Sissel, preside del liceo Meråker.

Il progetto era stato lanciato nel 2018 nell’ambito dell’iniziativa cinese per vincere tante medaglie alle Olimpiadi Invernali del 2022. Più di quaranta talenti di fondo e biathlon hanno partecipato al programma.

Non proseguirà quindi nel suo ruolo Tor Arne Hetland, che era il direttore sportivo dell’iniziativa. L’ex atleta e allenatore della nazionale norvegese, un autentico eroe dello sci di fondo in Norvegia, nonostante sia molto ricercato anche all’estero, ha deciso in ogni caso di restare in patria legandosi alla Studentsamskipnaden di Trondheim.

Hetland sarà il nuovo manager dello sport e dell’allenamento dell’università: «Sarà davvero eccitante, una sfida completamente diversa rispetto al passato. Un essere umano si forma nel corso della vita e nuovi ruoli diventano interessanti. Non vedo l’ora di iniziare. Non penso solo allo sci, ma alla salute e l’allenamento in generale. Una buona salute aumenta la produttività. Vediamo che gli studenti hanno tante attività, perché è solo l’immaginazione che limita ciò che puoi fare con lo sport» ha affermato al giornale universitario.  

Il biathlon italiano perde un'atleta che soltanto tre anni fa saliva sul podio dei Mondiali di Hochfilzen. Alexia Runggaldier ha annunciato il suo addio al biathlon ad appena 28 anni, al termine di una stagione molto complicata, nella quale non è riuscita a ottenere alcuna convocazione per la Coppa del Mondo, pur salendo due volte sul podio in IBU Cup.

La gardenese ha vissuto il suo momento migliore nel 2017, quando a 25 anni conquistò la medaglia di bronzo nell'individuale dei Mondiali di Hochfilzen, bissando così il podio conquistato in Coppa del Mondo ad Anterselva poche settimane prima. Nella stessa stagione la gardenese delle Fiamme Oro riuscì anche a chiudere altre due volte nella top ten, terminando al 28° posto della classifica generale e quarto nel format individuale.

Purtroppo negli anni successivi ha faticato a ripetersi, non aiutata da qualche infortunio ma forse anche da altre problematiche si possono intuire leggendo il suo messaggio di addio. Sicuramente per il biathlon italiano una perdita pesante, perché in molti speravano di rivederla al massimo del suo potenziale, vista anche l'età, in uno sport nel quale il numero di professionisti non è alto e ad un'atleta in grado di vincere una medaglia mondiale non si rinuncia certo facilmente.

Nel suo messaggio, che leggete qui sotto, Alexia ha sottolineato che «il biathlon è stato una scuola di vita», per poi spiegare alcune motivazioni della sua scelta: «Sono arrivata al limite delle mie risorse sportive e umane per continuare a poter dare il massimo di me stessa in questo ambiente. Per questa ragione ho deciso di lasciare lo sport agonistico, con serenità e con la consapevolezza di aver dato tutto quello che potevo dare».

Interessante anche un passaggio nei ringraziamenti: «Grazie [...] alle mie compagne di squadra, con le quali ho passato anni bellissimi in cui ci siamo divertite molto e anni meno belli. Ma grazie a loro ho capito cosa non andava in me e spero di essere diventata una persona migliore».

Da parte nostra, in bocca al lupo ad Alexia per il suo futuro, nel quale siamo certi si toglierà tante soddisfazioni grazie a tutto ciò che ha imparato dallo sport nel corso di questi anni. Ci mancherà vederla in pista, ma anche intervistarla e ridere insieme a lei a microfoni spenti.

Le difficoltà economiche del comitato organizzatore del Holmenkollen Ski Festival, a causa delle perdite derivate della chiusura delle gare al pubblico per l’emergenza coronavirus, stanno avendo delle ripercussioni anche sugli atleti. Nel fondo, per esempio, i migliori classificati di 50km maschile e 30km femminile non hanno ancora ricevuto i compensi dovuti per le loro belle prestazioni. I vincitori, Bolshunov e Karlsson, per esempio avrebbero dovuto incassare già 10mila franchi svizzeri, 9500 euro. I secondi classificati, Krüger e Johaug, dovrebbero ricevere 7130 euro, mentre i terzi, Iversen e Andersson, 4750 euro.

Emil Iversen ha però giustamente evitato ogni polemica, interpellato da NRK, limitandosi a una battuta iniziale nei confronti di Abid Raja, ministro della Cultura norvegese: «Non ho ancora ricevuto alcun premio in denaro per Holmenkollen – ha scherzato l’atleta – spero che Abid Raja usi presto la sua carta di credito». Il riferimento del forte atleta norvegese è alla promessa da parte del Ministero della Cultura della Norvegia di mettere a disposizione dello sport e del volontariato 600 milioni di NOK, 53 milioni di euro. Un piano nato perché diverse squadre sportive, club e organizzazioni hanno dovuto annullare diversi eventi già organizzati.

Kristin Vestgren Sæterøy, presidente della società organizzatrice dell’Holmenkollen Ski Festival, ha confermato le difficoltà: «Nella situazione attuale il consiglio ha il dovere di agire. Dobbiamo assicurarci di avere un piano di salvataggio certo, prima di poter pagare i nostri creditori. Quindi il pagamento sarà rimandato fino a quando non avremo tutto sotto controllo. Faremo domanda per avere accesso ai fondi che dovrebbe mettere a disposizione il governo norvegese. Siamo certi di soddisfare i criteri quali entrate dei biglietti perse, costi aggiuntivi e quote di partecipazione. Stiamo lavorando sodo per salvare l’azienda. Non voglio dire nulla fino a quando non raggiungiamo il traguardo, spero e penso che le cose possano andare per il verso giusto».

Insomma è chiaro quindi che la responsabilità del pagamento sia unicamente del Comitato Organizzatore e non della FIS. Tra gare di fondo, salto e combinata nordica a porte chiuse e la cancellazione della tappa della Coppa del Mondo di biathlon, il CO di Holmenkollen ha perso ben 15 milioni di NOK, 1,3 milioni di euro, recuperandone per ora solo la metà.

Mia Karlsson, mamma e manager della figlia Frida, vincitrice della gara femminile ha affermato su VG: «Se non dovesse arrivare (il premio in denaro, ndr) sarebbe un peccato incredibile per una ventenne che ha appena vinto la sua prima gara in Coppa del Mondo. Non siamo ancora riusciti a pensarci molto, ma sicuramente cercheremo di ottenere il denaro per Frida. Lei se lo merita tutto. Voglio sentire anche l’associazione sciistica» ha concluso rispondendo alla domanda di VG circa l’intenzione di chiedere aiuto alla Federazione Svedese di Sci e alla FIS. Secondo quanto riferito da Aftonbladet, la mamma dell’atleta ha anche provato a contattare via e-mail il comitato organizzatore della gara di Holmenkollen, ricevendo soltanto una risposta automatica, anche se ha sottolineato che di questi tempi capisce che le cose possano andare diversamente rispetto alla normalità.

Nessuna lamentela da parte di Emil Iversen, che come gli altri atleti ha perso diverse entrate tra le gare di Coppa del Mondo saltate, alcuni eventi che si sarebbero svolti in aprile e il mercato delle sponsorizzazioni che si è fatto più complicato: «Non so quanto ho perso, ma sto ugualmente bene. Sarebbe troppo stupido lamentarsi. Potrebbero esserci ingenti somme di denaro che non arriveranno, ma in generale la maggior parte degli atleti della nazionale hanno uno stipendio abbastanza buono. Non ci sto perdendo il sonno. Sono contento di far parte della nazionale e avere abbastanza soldi per coprire il mutuo e comprare buon cibo. Se hai abbastanza per vivere, non devi lamentarti durante periodi come questo».

Anche il papà di Bolshunov non ha fatto problemi: «Sinceramente non mi interesso mai a queste questioni riguardo mio figlio. In ogni caso, anche se ancora non ha ricevuto il pagamento, credo che per lui sia lo stesso, prima o poi lo riceverà. Siamo poco interessati a questo, Alexander fa quello che gli piace, non è interessato al resto». 

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