Federico Pellegrino parla del recupero dall'infortunio al bicipite femorale: "Importante non avere fretta"

09 Settembre 2020
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È una preparazione inedita per Federico Pellegrino, che per la prima volta nella sua carriera si è trovato a dover fare i conti con un fastidioso infortunio in piena estate. Una lesione al bicipite femorale della gamba destra subita il 6 agosto durante il raduno di Oberhof, da recuperare in otto settimane. Il valdostano delle Fiamme Oro, però, non ha perso tempo a rammaricarsi ed inveire contro la sfortuna, ma ha reagito immediatamente, affidandosi a professionisti fidati per risolvere il problema al meglio.

Il leader dello sci di fondo azzurro, che da appena una settimana ha compiuto trent’anni, contattato dalla nostra redazione nel corso del raduno della Squadra A a Lama Mocogno, ha fatto il punto della situazione sul suo recupero chiarendo di non voler affrettare i tempi e di avere piena fiducia in coloro che si stanno occupando di lui, a partire dal fisiatra, il Dottor Roberto Filippini.

Ciao Federico. Partiamo dalla cosa più importante: come stai? Il recupero sta procedendo secondo i tempi stabiliti?
«Siamo alla quinta settimana, ci vuole il suo tempo. Pian piano sto riuscendo a fare diverse tipologie di allenamento, ma sempre con calma, un po’ alla volta, aumentando l’intensità solo lì dove sono certo di non andare a stressare il bicipite femorale. Sono contento di come abbiamo impostato la gestione del recupero e sono tranquillo. Una volta accettato ciò che è successo, avevo bisogno di un percorso che mi desse tranquillità, da seguire con precisione. Tutti i venerdì vado quindi a Verona, per fare un’ecografia per controllare l’andamento del recupero con il fisiatra, il Dottor Roberto Filippini, che ha curato tantissimi infortuni del genere avendo lavorato per oltre vent’anni nel Verona Calcio. Mi è stato consigliato dal medico della FISI, Filippo Balestreri, che lavora con lui presso l’ospedale Negrar di Valpolicella. In occasione della prima ecografia ho subito chiesto di poter fare un controllo settimanale e lui si è reso disponibile. Lo ringrazio per questo, perché è un bell’impegno. Così come ringrazio Filippo Balestreri con il quale mi senti tutti i giorni, che mi sta aiutando a tenere le fila del recupero. Le cose stanno andando molto bene. Quest’anno sono anche tornato a farmi seguire da Erik Benedetto per la preparazione in palestra. Anche lui sta facendo un lavoro straordinario perché, tranne i quattro giorni immediatamente successivi all’infortunio, sono andato in palestra tutti i giorni. Lavoro sulla forza braccia, a volte sulla gamba sinistra, ma ho fatto anche tanta piscina. Ora ho chiuso con la fase nuoto e sono tornato a correre, anche se a un ritmo tranquillo, ad andare sugli skiroll a spinta e a fare uscite in bicicletta, dopo aver lavorato molto con i rulli a casa. Seguendo tutte le indicazioni mediche che mi vengono date, ho ripreso quindi a fare altre attività. Quando la cicatrice si sarà formata del tutto faremo qualcosina in più. Sto seguendo tutto con attenzione, a volte c’è qualche altro muscolo che si fa sentire perché è chiamato a fare gli straordinari. Fortunatamente ho anche Christophe Savoye, osteopata della nazionale, con cui ci siamo super organizzati. Anche perché lui sta seguendo pure Greta (Laurent, ndr), che è in fase di guarigione dal suo infortunio subito allo Stelvio».

Nonostante tutto ti sentiamo tranquillo.
«Si, sono fiducioso. Anche perché non potrei fare diversamente, non mi metto certo a piangere, limitandomi a sperare che non accada più. Guardo il lato positivo, ho avuto la possibilità di lavorare bene su altri aspetti. Per esempio ho ripreso a essere più concentrato e meticoloso nella preparazione in palestra, dove per forza di cose ho passato dalle due ore in su tutte le mattine, tra sedute di forza, riscaldamento, stretching, posture e stabilità. Ho lavorato su altri aspetti che, se non dovessi pagare troppo gli allenamenti persi su intensità e volume, dovrebbero dare i loro frutti».

Pensi che gli allenamenti sull’intensità che hai perso potrebbero farsi sentire nel corso della prossima stagione?
«Solo a marzo 2021 potrò risponderti a questa domanda. Io mi limito a fare il massimo, tutto ciò che è necessario per riuscire a recuperare al meglio da ciò che è successo. È stata una preparazione strana, perché al momento dell’infortunio avevo un mese di quantità in più sulle gambe. Peccato essermi fatto male a una settimana dalla fine del primo macrociclo di preparazione. Forse potrebbe preoccupare il fatto che in questo mese ho potuto lavorare solo a intensità media, facendo pochi lavori lattacidi, che invece avevo in programma. Ma magari, chissà, questo non era il percorso giusto da intraprendere e forse è stato meglio così. Inoltre in questo periodo, ogni settimana, a seguito delle indicazioni di Filippini e Balestreri, che le applica alla preparazione di un fondista, Saracco e Benedetto si accordano su come riadattare il programma di massima impostato a inizio stagione in funzione della situazione attuale. Anche per lo stesso Saracco è quindi un lavoro in più. Il suo ottimismo, una qualità che apprezzo tantissimo in lui, in questo caso deve essere tenuto un po' a bada per non correre rischi. Tornando alla domanda iniziale, vedremo solo a fine stagione se le cose saranno andate bene».

È stato l’apice di un periodo sfortunato per te e Greta.
«Non mi aspetto che vada sempre tutto bene e sia tutto facile. Sono abituato a risolvere i problemi, a volte mi piace anche farlo. Ovviamente è frustrante dover fare una deviazione rispetto al programma di massima, come è accaduto in occasione degli infortuni mio e di Greta, oppure del matrimonio da rinviare. Ma questo c’è, non sono preoccupato e risolveremo ogni problema».

Sul finire della preparazione della stagione 2016/17 subisti un infortunio, poi vincesti il Mondiale. Magari quello può essere un bel punto di riferimento.
«In realtà quell’infortunio mi è stato utile sotto un altro aspetto: è stato un insegnamento. In quell’occasione cercai di guarire troppo in fretta e ciò mi provocò altri problemi che mi portai avanti quasi fino al Mondiale, al quale fortunatamente arrivai in salute. Si impara sempre. In quell’occasione ho capito che bisogna rispettare i tempi necessari per il recupero. Sin da subito il fisiatra mi ha detto che se volevo rischiare il meno possibile di avere una ricaduta, il tempo di recupero sarebbe stato di otto settimane e me ne sarei dovuto fare una ragione. In quel momento mi ha subito convinto, perché mi ha detto immediatamente come stanno le cose. Citando il calcio, mi ha anche detto che se avessi avuto una partita importante mi avrebbe messo in campo per inizio ottobre, altrimenti avrebbe tranquillamente aspettato metà mese. Ecco, io aspetterò almeno il 10 ottobre prima di tornare a spingere a tutto gas, voglio evitare di causare problemi alla preparazione autunnale, lì sarebbe un grande guaio. Più passa il tempo e minore è il rischio di recidiva, quindi meglio aspettare. Una cosa per me importante di questo infortunio, è che si può avere un riscontro immediato sulla bontà del lavoro attraverso il dolore. Se non sento male significa che sto facendo bene. Inoltre ho avuto la fortuna di avere con me Christophe ed Erik, che tutti i giorni sentivano subito sul lettino se qualcosa non andava. Inoltre questo check settimanale a Verona è stata la mossa giusta per darmi tranquillità e l’ho fortemente voluto proprio per questo».

Insomma è molto importante mantenere la tranquillità durante un infortunio.
«In questo periodo ho ragionato molto su questo argomento. Ho capito, anche con l’infortunio subito da Greta, che a essere pericoloso non è l’infortunio in sé ma la sua gestione. Una volta trovata la strada per risolvere il problema, bisogna seguire ed aspettare che sia la scienza a fare il resto. Mettere in pratica a livello mentale la prognosi, non è scontato. Una volta presa una linea, è fondamentale mantenerla, perché il problema più grande è cambiare strada. Si deve trovare un percorso da seguire di cui ti fidi, questa è la soluzione migliore per non rischiare che poi l’infortunio abbia conseguenze peggiori. La parte psicologica è importante e delicata in questi casi, perché mi sono reso conto pensando anche a quanto accaduto ad altri atleti, che troppo spesso si fatica a guarire o risolvere completamente il problema, a causa di cattiva gestione, spesso dovuta a errori commessi a tavolino».

Pur essendo in fase di recupero hai deciso di partecipare al raduno della squadra; come mai?
«Avevo fatto questa scelta già ad Oberhof, restando lì per la seconda settimana, e l’ho ripetuta adesso. Innanzitutto qui a Lama Mocogno posso essere seguito dal mio fisioterapista, che ovviamente sarebbe giustamente venuto qui con la squadra. Inoltre ho iniziato a fare quasi tutto, seppur ad intensità diverse rispetto agli altri. Poi far parte del gruppo è sempre qualcosa che aiuta. Inoltre Lama Mocogno è un centro che conosco bene, la bicicletta è uno dei mezzi che più posso usare in questo periodo e ritengo questa località una di quelle dove più mi diverto ad andare in bicicletta. Qui in raduno si sta sempre bene, c’è un buon clima, ci ospitano in una struttura super, è l’ideale. Poi qui posso dire che c’è anche la mia famiglia (Greta, ndr). Non avrebbe avuto senso restare a casa».

Siamo felici di sentirti così tranquillo e soprattutto sereno. Ma c’è stato un momento in cui avuto un po’ di paura o preoccupazione?
«I primi giorni non sono stati facili, ma sono riuscito a gestirli bene. Non sapevo quale fosse il problema. Avevo già l’esito della risonanza da parte di un autorevole radiologo tedesco, ma volevo aspettare la diagnosi da parte di chi mi avrebbe seguito. Difficilmente avrei potuto raggiungere Oberhof tutte le settimane per un check, cosa per me fondamentale. Abbiamo quindi aspettato una settimana per far ridurre l’ematoma creato dalla lesione e deciso di attendere il parere del fisiatra che mi avrebbe seguito nel tempo. Alla fine, è arrivata la diagnosi, ho iniziato a seguire minuziosamente le indicazioni del Dottor Filippini e tutti i passaggi di questo recupero».

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