Ci siamo permessi di riprendere un articolo scritto da Carlo Brena, responsabile della rivista sci fondo che in questi giorni si trova a Sochi, nel quale racconta il difficle percorso che atleti e tecnici devono affrontare nel dopo gara. In particolare quello di Federico Pellegrino, molto atteso dopo gli ottimi risultati fino a quì ottenuti e sicuramente deluso per aver visto sfumare i suoi sogni, ma allo stesso tempo onesto con se stesso e sincero con tutti ad ammettere che (sempre più inusuale per l'italico modo di vivere le sconfitte) "è finita la benzina"! Niente alibi, scuse, ma solo colpa della "MIE" gambe. A noi Federico è piaciuto per la maturità dimostrata soprattutto nel dopo gara. In gara lo farà ancora moltissime altre volte non preoccupatevi!
"Ci vuole Fede per saper perdere".
Adesso vi spiego una cosa che è bene conoscere: la mix-zone. Attenti però, perché bisogna calarsi nell’atmosfera per capire cos’è. la mix-zone è un’area che gli organizzatori costruiscono dopo il traguardo e dove, attraverso un budello forzato, gli atleti sono costretti a transitare, prima di entrare negli spogliatoi. È la corsia dei dannati, il girone dantesco dei perdenti, dei delusi, degli amareggiati, perché da qui non passano i primi tre. Le medaglie olimpiche fanno un altro giro, qui transitano gli sconfitti. A fianco di questo corridoio e appoggiati alle transenne, ci stanno i giornalisti, tutti appollaiati come corvi, sciacalli della tastiera. Razza media ienens. Alcuni atleti che non hanno voglia di parlare, hanno passo lungo e ben disteso, e non incrociano lo sguardo con nessuno nel loggione dei media. Guarda e passa e non ti curar di loro, appunto. Altri invece, vengono portati a noi dall’attaché della federazione. Uno di questi è Federico Pellegrino. Ha appena finito la “sua” gara. La sprint è la sua gara. Non ha lo sguardo basso, ma certo non sprizza di felicità. Gli si è spenta la luce sull’ultima salita e la rincorsa al podio nella sprint di sci di fondo si spegne con lui. “Ci ho provato ma all’inizio della salita non sentivo più le gambe. Pazienza.”. Ecco, qui in questi pochi metri quadrati si consuma il dramma dell’atleta che, dopo aver confessato a sé stesso colpe e misfatti, errori e disattese, cronache e speranze assopite, lo deve raccontare anche a un manipolo di giornalisti che vogliono spiegazioni. Vogliono la sua testa, lo metterebbero al patibolo per quella medaglia tanto promessa e non ancora arrivata. Fanno domande delicate ma sibilline, cercano di fargli dire quello che vorrebbero sentirsi dire, ma Federico è intelligente e abile, e non cade nel tranello. I giornalisti lo vogliono veder soffrire senza pietà. Non sanno che in fondo è Chicco un ragazzo di 23 anni, che oggi in quella salita che non finiva più, è diventato un po’ più uomo. Non sanno che Pelle quest’estate si allenava con ripetute in salita sui prati “perché sull’erba appena tagliata gli sci tengono come sulla neve”. Non sanno che Fede si è caricato sulle spalle la responsabilità di una medaglia che non si è vista, e che lui la medaglia la prende tutte le mattine che si sveglia e (con Greta, la sua Greta) si allena sulle nevi della Val Ferret. Non sanno che dopo Chicco, Pelle e Fede non ho più soprannomi. Non sanno che lui ha una tecnica sopraffina, il miglior interprete dello skating, che ha un bel motore e anche una bella testa, tanto che non ci stupiremmo se un domani dovesse far carriera. Non sanno un sacco di cose i giornalisti. E forse è proprio il caso di dire: “sapevatelo”.
Carlo Brena – Sochi
leggi l'articolo: http://www.rivistasci.it/14353/ci-vuole-fede-per-saper-perdere