Redazione

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L'IBU ha comunicato nel pomeriggio di aver modificato il calendario della stagione 2020/21 per poter proteggere la salute degli atleti coinvolti.

La federazione internazionale di biathlon ha in programma di far disputare una Coppa del Mondo completa, inclusi i Mondiali di Pokljuka, che dovrebbero svolgersi dal 9 al 21 febbraio. Il Comitato Esecutivo dell'IBU si riunirà il 26 e 27 settembre per decidere se ci sarà bisogno di aggiustamenti sul programma di Coppa del Mondo dei mesi di novembre e dicembre.

L'Executive Board ha anche deciso che il Mondiale Giovanile Youth e Junior, in programma dal 24 febbraio al 7 marzo 2021 a Obertilliach si svolgerà come previsto. Tuttavia, per assicurare la salute di tutte le persone coinvolte, è stato deciso che l'IBU Cup Junior 2020/21 sarà cancellata, così come gli Europei Junior Open.

Inoltre è stata anche presa anche la decisione di cancellare tutte le tappe di IBU Cup in programma nei mesi di novembre e dicembre. A questo punto la competizione partirà direttamente nel gennaio 2021. Il nuovo programma, che avrà tante modifiche rispetto a quello iniziale, sarà annunciato dopo il prossimo incontro del Comitato Esecutivo organizzato per fine mese. L'Europeo Open è programmato come in origine dal 24 al 31 gennaio a Duszniki Zdroj, in Polonia.

Questo quanto comunicato dall'IBU: «A causa di considerazioni finanziarie e logistiche, l'IBU non può garantire per l'IBU Cup Junior gli stessi elevati livelli di misure protettive per la salute della Coppa del Mondo e degli altri eventi programmati. È stato così deciso di cancellare l'IBU Cup Junior e l'inizio dell'IBU Cup rinviato per evitare di mettere alcun atleta, squadra e ufficiale a rischio. La decisione è stata presa così presto per consentire alle federazioni nazionali di avere abbastanza tempo per modificare o estendere il proprio calendario nazionale».

A questo punto diventerà ancora più difficile e importante decidere le convocazioni alle prime tappe di Coppa del Mondo, dal momento che senza IBU Cup, gli atleti che resteranno fuori saranno molto svantaggiati.

Nonostante il governo norvegese abbia inserito l’Italia nella lista rossa, costringendo quindi alla quarantena obbligatoria tutte le persone che si recano e tornano dal nostro paese, sconsigliando ovviamente viaggi in Italia, la nazionale norvegese di biathlon ha deciso di essere anche pronta a sopportare le possibili critiche pur di svolgere un raduno in quota a Lavazè.

La nazionale femminile e maschile raggiungerà la località trentina il prossimo 5 ottobre per restarvi oltre due settimane, dal momento che il ritorno in Norvegia è previsto per il 23 ottobre. A spiegare le motivazioni della scelta è Per-Arne Botnan, manager della nazionale di biathlon, in un’intervista a VG: «Abbiamo fatto un’analisi approfondita assieme al team sanitario e siamo pronti a svolgere il nostro raduno in quota. Se il rischio di infezione dovesse cambiare, dovremo fare una nuova valutazione». Insomma in questo ultimo periodo staff medico e organizzativo della squadra norvegese ha monitorato con grandissima attenzione i dati provenienti dall'Italia, ritenendo più che sicura la località trentina.

Botnan non si preoccupa dei giudizi esterni: «Ci sarà sempre qualcuno che criticherà la nostra scelta e chi non capisce quanto sia importante per i biatleti questo raduno in quota. Questo è il loro lavoro. Quello che facciamo ora avrà un peso importante sia sui prossimi Mondiali che sulle Olimpiadi. Detto questo, ovviamente non viaggeremo a ogni costo».  

A differenza delle nazionali del centro Europa, come Francia, Germania e Italia, che hanno già potuto svolgere gli allenamenti in quota, la nazionale norvegese ne ha persi due. «Diamo la priorità al regolare svolgimento di questo raduno – ha chiarito Botnanabbiamo avuto delle buone esperienze con i raduni a quella quota (1800 metri) lo scorso anno».

Gli atleti della nazionale norvegese, però, secondo quanto deciso dal governo, dovranno sostenere due settimane di quarantena appena tornati in patria. Eppure Botnan spera che la cosa si possa aggirare facendo immediatamente dei tamponi a ritorno, riducendo così i tempi: «Se dopo il viaggio di ritorno facessimo il test per il Covid-19 a Gardermoen (aeroporto di Oslo, ndr) e un altro cinque giorni dopo, in caso di risultati negativi per entrambi, potremmo ricominciare subito l’allenamento all’aperto». Insomma appena cinque giorni di stop anziché quattordici, che è quanto ha invece dovuto fare Vetle Sjåstad Christiansen, che ha appena terminato le due settimane di quarantena dopo aver deciso autonomamente di recarsi in Italia, proprio a Lavazè, per allenarsi: «È un po’ ironico che io sia partito quando l’Italia era ancora gialla. Detto questo, mi sentivo più al sicuro in mezzo a un passo delle montagne, che per le vie di Oslo. Era come se mi sentissi un po’ solo lassù. Non credo ci siano residenti permanenti a Lavazè». L’atleta norvegese è rimasto entusiasta dell’esperienza e della nuova pista da skiroll di Lavazè, dove «ho praticamente vissuto».

Tutto perfettamente organizzato dallo staff norvegese con l’hotel dove soggiornerà la squadra. L’Albergo Dolomiti, dove spesso soggiornano le squadre italiane di fondo, sarà a completa disposizione del team, che porterà con sé il proprio cuoco e tanto cibo. Ciò che mancherà sarà portato “alla porta”. Mentre per il viaggio la squadra volerà fino a Monaco di Baviera, quindi noleggerà dei mezzi su ruota per raggiungere l'Italia. Insomma massima sicurezza pur di svolgere un raduno in quota e sicuramente anche un bel ritorno di immagine per il nostro paese, sempre apprezzato dalle nazionali straniere per gli allenamenti.

Nella passata stagione si è presentato al grande pubblico con un fantastico esordio in Coppa del Mondo, giungendo 27° nella sprint di Nove Mesto grazie a un doppio zero e una bellissima prestazione sugli sci. Tommaso Giacomel si è così guadagnato sul campo la fiducia dei vertici del biathlon azzurro, che hanno deciso di inserirlo immediatamente in Squadra A e dare lui la possibilità di allenarsi con i quattro campioni della staffetta mista.

Il giovane trentino, guidato da una sconfinata passione e dalla grande determinazione di emergere, si è tuffato in questa avventura con il massimo impegno, osservando da vicino i big della squadra e prendendo di conseguenza tanti appunti che torneranno utili in futuro. Il ventenne delle Fiamme Gialle sta anche capendo che nel corso della preparazione è normale avere alti e bassi, che la pazienza è una virtù fondamentale per non abbattersi se per un periodo il fisico non riponde oppure al poligono le cose non vanno al meglio.

Di questo ha parlato con noi in occasione del raduno di Anterselva, che ha chiuso un ciclo di tre settimane ad altissima intensità.

Di seguito un estratto scritto di quanto affermato da Giacomel

«La preparazione sta andando bene. Ovviamente sono per me aumentati molto i carichi di lavoro come intensità e ore. L’impatto in squadra è stato molto positivo. Allenarsi con campioni come Doro (Wierer, ndr), Lisa (Vittozzi, ndr), Luki (Hofer, ndr) e Dominik (Windisch) è veramente bello, anche fuori dall’allenamento ci si diverte molto con loro. Sono delle brave persone, ci hanno accolto molto bene e si può solo essere soddisfatti di questo. Come sta andando la preparazione? Ad essere sincero, al momento sono abbastanza stanco perché stiamo lavorando tanto in queste ultime tre settimane, ma sono convinto che pagherà. Se ho imparato qualcosa vedendo i miei compagni più esperti? Ho una lista di cose da imparare. Certamente una cosa per me importante è avere tanta pazienza, anche quando le cose non funzionano, come per esempio mi sta succedendo in questo giorni nei quali sto sparando parecchio male. Bisogna anche attraversare questi momenti».

Nella passata stagione ha fatto fatica a causa di un infortunio subito in primavera, che non gli ha permesso di svolgere al meglio la preparazione ed arrivare in buone condizioni alle gare invernali. Patrick Braunhofer ha però avuto una bella dimostrazione di fiducia da parte della direzione agonistica azzurra, che ha deciso di inserirlo comunque in Squadra A per dargli l’occasione di giocarsi al meglio le sue carte.
   
In fin dei conti il carabiniere della Val Ridanna è classe ’98 e merita quindi di avere tutto a disposizione per riuscire ad esprimere al meglio le proprie potenzialità. Braunhofer vuole approfittarne e sta lavorando tantissimo per presentarsi al via della stagione invernale in ottima forma e conquistarsi un pettorale di Coppa del Mondo nonostante una concorrenza sempre più competitiva.

In occasione del raduno delle nazionali azzurre ad Anterselva l’abbiamo intervistato per sentire come sta andando la preparazione. Ecco quanto ha affermato.

 

Negli ultimi due anni ha vinto quasi tutto: due volte la classifica generale della Coppa del Mondo, due coppe di specialità (una pursuit e una mass start), tre ori mondiali (mass start 2019, pursuit e individuale 2020) e altre quattro medaglie mondiali (bronzo mixed relay 2019, argento single mixed relay 2020, argento mixed relay 2020 e argento mass start). Eppure Dorothea Wierer ha ancora tanta voglia di vincere, lo dimostra allenandosi con grandissimo impegno e le motivazioni sempre molto alte.

In questi giorni lo si è visto durante il raduno di Anterselva, nel quale Dorothea ha mostrato di essere già in ottime condizioni fisiche. Proprio all’interno dello stadio in cui è cresciuta e ha vinto due titoli Mondiali lo scorso inverno, la trentenne delle Fiamme Gialle ha fatto il punto della situazione su una preparazione che mai come in questa occasione la sta rendendo soddisfatta, parlato dei dubbi sulla prossima stagione che non la spaventano affatto e detto la sua su una Coppa del Mondo che vedrà al via tante atlete in grado di vincere.

Di seguito l'estratto scritto dell’intervista a Dorothea Wierer, che potete vedere per intero nel video a fondo pagina.

«Ormai sono passati già un po’ di mesi dal Mondiale, non ci penso più di tanto. Quanto torno ad Anterselva è però sempre una bella sensazione perché non ho ricordi negativi legati a questo luogo. Per quanto riguarda la preparazione, sono molto soddisfatta di come sta procedendo, anche perché solitamente fatico un po’ in questa case essendo sempre piena di impegni. Quest’anno ne ho avuti molti meno e sto notando che ciò sta facendo la differenza. Solitamente ero molto stanca e stressata tra un impegno e l’altro. Quest’anno sono più libera, ho meno impegni, anche se adesso ad ottobre dovrò recuperare quelli saltati in primavera, ma dovrò solo stare attenta a gestirli bene.
Rispetto allo scorso anno sento di stare meglio dal punto di vista fisico, poi ovviamente ho degli alti e bassi come è normale che sia in preparazione, quando i carichi di lavoro sono pesanti. Nell’ultima primavera ho avuto per la prima volta la possibilità di rilassarmi veramente, stare un po’ a casa e terminato il lockdown ho ritrovato le motivazioni, anche perché un mese e mezzo senza fare nulla si vede che mi ha fatto bene (ride, ndr). Vedo che ci sono ancora e ciò mi dà motivazioni, sto ancora bene. Non so come andrà l’inverno, ma intanto do tutto in ogni allenamento e poi si vedrà. I dubbi sul regolare svolgimento della stagione? Credo che si farà tutto, poi ovviamente dovremo forse essere più flessibili ed adattarci a situazioni nuove. Dal mio punto di vista, se dovessero disputarsi più tappe nella stessa località sarebbe pure meglio perché non ci sarebbe uno spostamento, che io patisco tantissimo. Credo che sarebbe vantaggio per tutti. Poi se non dovesse esserci il pubblico, per noi sarebbe sicuramente qualcosa di nuovo. Ma alla fine in gara sei così concentrata su te stessa e su quello che devi fare, quindi non ti accorgi più di tanto di ciò che c’è attorno, sei nel tuo mondo. Se non ci saranno tifosi dovremo accettarlo. Røiseland avversaria numero uno? Le avversarie sono tantissime, ogni nazione ha qualcuna di forte. Il biathlon è uno sport strano, entrambe le componenti, fondo e tiro, devono essere perfette per vincere. Lei (Røiseland, ndr) è sicuramente tra le favorite, ma ci sono anche svedesi e tedesche, tante ragazze possono vincere»
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È una preparazione inedita per Federico Pellegrino, che per la prima volta nella sua carriera si è trovato a dover fare i conti con un fastidioso infortunio in piena estate. Una lesione al bicipite femorale della gamba destra subita il 6 agosto durante il raduno di Oberhof, da recuperare in otto settimane. Il valdostano delle Fiamme Oro, però, non ha perso tempo a rammaricarsi ed inveire contro la sfortuna, ma ha reagito immediatamente, affidandosi a professionisti fidati per risolvere il problema al meglio.

Il leader dello sci di fondo azzurro, che da appena una settimana ha compiuto trent’anni, contattato dalla nostra redazione nel corso del raduno della Squadra A a Lama Mocogno, ha fatto il punto della situazione sul suo recupero chiarendo di non voler affrettare i tempi e di avere piena fiducia in coloro che si stanno occupando di lui, a partire dal fisiatra, il Dottor Roberto Filippini.

Ciao Federico. Partiamo dalla cosa più importante: come stai? Il recupero sta procedendo secondo i tempi stabiliti?
«Siamo alla quinta settimana, ci vuole il suo tempo. Pian piano sto riuscendo a fare diverse tipologie di allenamento, ma sempre con calma, un po’ alla volta, aumentando l’intensità solo lì dove sono certo di non andare a stressare il bicipite femorale. Sono contento di come abbiamo impostato la gestione del recupero e sono tranquillo. Una volta accettato ciò che è successo, avevo bisogno di un percorso che mi desse tranquillità, da seguire con precisione. Tutti i venerdì vado quindi a Verona, per fare un’ecografia per controllare l’andamento del recupero con il fisiatra, il Dottor Roberto Filippini, che ha curato tantissimi infortuni del genere avendo lavorato per oltre vent’anni nel Verona Calcio. Mi è stato consigliato dal medico della FISI, Filippo Balestreri, che lavora con lui presso l’ospedale Negrar di Valpolicella. In occasione della prima ecografia ho subito chiesto di poter fare un controllo settimanale e lui si è reso disponibile. Lo ringrazio per questo, perché è un bell’impegno. Così come ringrazio Filippo Balestreri con il quale mi senti tutti i giorni, che mi sta aiutando a tenere le fila del recupero. Le cose stanno andando molto bene. Quest’anno sono anche tornato a farmi seguire da Erik Benedetto per la preparazione in palestra. Anche lui sta facendo un lavoro straordinario perché, tranne i quattro giorni immediatamente successivi all’infortunio, sono andato in palestra tutti i giorni. Lavoro sulla forza braccia, a volte sulla gamba sinistra, ma ho fatto anche tanta piscina. Ora ho chiuso con la fase nuoto e sono tornato a correre, anche se a un ritmo tranquillo, ad andare sugli skiroll a spinta e a fare uscite in bicicletta, dopo aver lavorato molto con i rulli a casa. Seguendo tutte le indicazioni mediche che mi vengono date, ho ripreso quindi a fare altre attività. Quando la cicatrice si sarà formata del tutto faremo qualcosina in più. Sto seguendo tutto con attenzione, a volte c’è qualche altro muscolo che si fa sentire perché è chiamato a fare gli straordinari. Fortunatamente ho anche Christophe Savoye, osteopata della nazionale, con cui ci siamo super organizzati. Anche perché lui sta seguendo pure Greta (Laurent, ndr), che è in fase di guarigione dal suo infortunio subito allo Stelvio».

Nonostante tutto ti sentiamo tranquillo.
«Si, sono fiducioso. Anche perché non potrei fare diversamente, non mi metto certo a piangere, limitandomi a sperare che non accada più. Guardo il lato positivo, ho avuto la possibilità di lavorare bene su altri aspetti. Per esempio ho ripreso a essere più concentrato e meticoloso nella preparazione in palestra, dove per forza di cose ho passato dalle due ore in su tutte le mattine, tra sedute di forza, riscaldamento, stretching, posture e stabilità. Ho lavorato su altri aspetti che, se non dovessi pagare troppo gli allenamenti persi su intensità e volume, dovrebbero dare i loro frutti».

Pensi che gli allenamenti sull’intensità che hai perso potrebbero farsi sentire nel corso della prossima stagione?
«Solo a marzo 2021 potrò risponderti a questa domanda. Io mi limito a fare il massimo, tutto ciò che è necessario per riuscire a recuperare al meglio da ciò che è successo. È stata una preparazione strana, perché al momento dell’infortunio avevo un mese di quantità in più sulle gambe. Peccato essermi fatto male a una settimana dalla fine del primo macrociclo di preparazione. Forse potrebbe preoccupare il fatto che in questo mese ho potuto lavorare solo a intensità media, facendo pochi lavori lattacidi, che invece avevo in programma. Ma magari, chissà, questo non era il percorso giusto da intraprendere e forse è stato meglio così. Inoltre in questo periodo, ogni settimana, a seguito delle indicazioni di Filippini e Balestreri, che le applica alla preparazione di un fondista, Saracco e Benedetto si accordano su come riadattare il programma di massima impostato a inizio stagione in funzione della situazione attuale. Anche per lo stesso Saracco è quindi un lavoro in più. Il suo ottimismo, una qualità che apprezzo tantissimo in lui, in questo caso deve essere tenuto un po' a bada per non correre rischi. Tornando alla domanda iniziale, vedremo solo a fine stagione se le cose saranno andate bene».

È stato l’apice di un periodo sfortunato per te e Greta.
«Non mi aspetto che vada sempre tutto bene e sia tutto facile. Sono abituato a risolvere i problemi, a volte mi piace anche farlo. Ovviamente è frustrante dover fare una deviazione rispetto al programma di massima, come è accaduto in occasione degli infortuni mio e di Greta, oppure del matrimonio da rinviare. Ma questo c’è, non sono preoccupato e risolveremo ogni problema».

Sul finire della preparazione della stagione 2016/17 subisti un infortunio, poi vincesti il Mondiale. Magari quello può essere un bel punto di riferimento.
«In realtà quell’infortunio mi è stato utile sotto un altro aspetto: è stato un insegnamento. In quell’occasione cercai di guarire troppo in fretta e ciò mi provocò altri problemi che mi portai avanti quasi fino al Mondiale, al quale fortunatamente arrivai in salute. Si impara sempre. In quell’occasione ho capito che bisogna rispettare i tempi necessari per il recupero. Sin da subito il fisiatra mi ha detto che se volevo rischiare il meno possibile di avere una ricaduta, il tempo di recupero sarebbe stato di otto settimane e me ne sarei dovuto fare una ragione. In quel momento mi ha subito convinto, perché mi ha detto immediatamente come stanno le cose. Citando il calcio, mi ha anche detto che se avessi avuto una partita importante mi avrebbe messo in campo per inizio ottobre, altrimenti avrebbe tranquillamente aspettato metà mese. Ecco, io aspetterò almeno il 10 ottobre prima di tornare a spingere a tutto gas, voglio evitare di causare problemi alla preparazione autunnale, lì sarebbe un grande guaio. Più passa il tempo e minore è il rischio di recidiva, quindi meglio aspettare. Una cosa per me importante di questo infortunio, è che si può avere un riscontro immediato sulla bontà del lavoro attraverso il dolore. Se non sento male significa che sto facendo bene. Inoltre ho avuto la fortuna di avere con me Christophe ed Erik, che tutti i giorni sentivano subito sul lettino se qualcosa non andava. Inoltre questo check settimanale a Verona è stata la mossa giusta per darmi tranquillità e l’ho fortemente voluto proprio per questo».

Insomma è molto importante mantenere la tranquillità durante un infortunio.
«In questo periodo ho ragionato molto su questo argomento. Ho capito, anche con l’infortunio subito da Greta, che a essere pericoloso non è l’infortunio in sé ma la sua gestione. Una volta trovata la strada per risolvere il problema, bisogna seguire ed aspettare che sia la scienza a fare il resto. Mettere in pratica a livello mentale la prognosi, non è scontato. Una volta presa una linea, è fondamentale mantenerla, perché il problema più grande è cambiare strada. Si deve trovare un percorso da seguire di cui ti fidi, questa è la soluzione migliore per non rischiare che poi l’infortunio abbia conseguenze peggiori. La parte psicologica è importante e delicata in questi casi, perché mi sono reso conto pensando anche a quanto accaduto ad altri atleti, che troppo spesso si fatica a guarire o risolvere completamente il problema, a causa di cattiva gestione, spesso dovuta a errori commessi a tavolino».

Pur essendo in fase di recupero hai deciso di partecipare al raduno della squadra; come mai?
«Avevo fatto questa scelta già ad Oberhof, restando lì per la seconda settimana, e l’ho ripetuta adesso. Innanzitutto qui a Lama Mocogno posso essere seguito dal mio fisioterapista, che ovviamente sarebbe giustamente venuto qui con la squadra. Inoltre ho iniziato a fare quasi tutto, seppur ad intensità diverse rispetto agli altri. Poi far parte del gruppo è sempre qualcosa che aiuta. Inoltre Lama Mocogno è un centro che conosco bene, la bicicletta è uno dei mezzi che più posso usare in questo periodo e ritengo questa località una di quelle dove più mi diverto ad andare in bicicletta. Qui in raduno si sta sempre bene, c’è un buon clima, ci ospitano in una struttura super, è l’ideale. Poi qui posso dire che c’è anche la mia famiglia (Greta, ndr). Non avrebbe avuto senso restare a casa».

Siamo felici di sentirti così tranquillo e soprattutto sereno. Ma c’è stato un momento in cui avuto un po’ di paura o preoccupazione?
«I primi giorni non sono stati facili, ma sono riuscito a gestirli bene. Non sapevo quale fosse il problema. Avevo già l’esito della risonanza da parte di un autorevole radiologo tedesco, ma volevo aspettare la diagnosi da parte di chi mi avrebbe seguito. Difficilmente avrei potuto raggiungere Oberhof tutte le settimane per un check, cosa per me fondamentale. Abbiamo quindi aspettato una settimana per far ridurre l’ematoma creato dalla lesione e deciso di attendere il parere del fisiatra che mi avrebbe seguito nel tempo. Alla fine, è arrivata la diagnosi, ho iniziato a seguire minuziosamente le indicazioni del Dottor Filippini e tutti i passaggi di questo recupero».

La comunità di Lama Mocogno, il Comitato CAE e il sindaco della cittadina emiliana Giovanni Battista Pisani hanno organizzato una serata per salutare la squadra di Coppa del mondo di sci di fondo che per il diciottesimo è ospitata nella località posta a oltre 800 metri di altitudine. Presenti Francesco De Fabiani, Maicol Rastelli, Giandomenico Salvadori e Lucia Scardoni, a cui si sono aggiunti Federico Pellegrino e Greta Laurent, oltre all'allenatore responsabile Stefano Saracco.

"E' stata un'occasione per ringraziare per l'ospitalità osservando le regole imposte dal Covid-19 - ha spiegato il direttore tecnico Marco Selle -. I ragazzi stanno facendo allenamenti molto lunghi, siamo alla terza settimana di carico, siamo sconfinati addirittura in Toscana in bicicletta. Le bune notizie arrivano dai nostri infortunati: Pellegrino ha ricominciato ad andare sugli skiroll e ha seguito i compagni in bicicletta, mentre Greta Laurent ha recuperato al 100% dall'infortunio del mese di giugno e segue il normale programma". Il raduno si chiuderà sabato 12 settembre.

È in corso a Isolaccia il terzo raduno della nazionale italiana juniores di sci di fondo, questa volta in compagnia del folto gruppo degli Atleti di Interesse Nazionale. Il giovane allenatore cuneese Paolo Rivero vivrà con grande interesse il raduno lombardo, dal momento che, oltre a guidare la nazionale juniores femminile, dopo tanti anni con quella maschile, è anche il coordinatore proprio del gruppo degli AIN. L’abbiamo incontrato la scorsa settimana, mentre nella sua Valle Maira, in provincia di Cuneo, si preparava ad allenare i bambini dello sci club locale. Dalla nostra chiacchierata ne è nata l’intervista che segue.


Buon pomeriggio Rivero. Com’è iniziata questa sua nuova avventura alla guida della nazionale juniores femminile?
«Innanzitutto è partita un po’ tardi come attività, in quanto abbiamo potuto fare il nostro primo raduno soltanto nella seconda metà di luglio. Fin da subito ad Obertilliach abbiamo creato un bel gruppo, con un raduno autogestito per rispettare al meglio le misure anti-covid. In Austria abbiamo avuto una settimana lunga, ben otto giorni di raduno, durante i quali ragazzi e ragazze facevano da mangiare, dormendo poi in camere singole. In questa prima occasione abbiamo cercato di dare tante indicazioni alle atlete, improntando il raduno in particolare sulla tecnica. Oltre a ciò, ci siamo preoccupati proprio di fare gruppo sia con le ragazze che con i ragazzi. Poi abbiamo avuto un lungo periodo di distacco prima di andare a Forni Avoltri per il secondo raduno. Se il primo l’avevamo improntato sulla tecnica, in Friuli abbiamo avuto un periodo con maggiore intensità per chiudere l’estate e approfittato della pista di skiroll per fare dei lavori specifici. Abbiamo fatto anche dei test, dei lavori di balzi ed allenamenti più tecnici, perché volevamo che le ragazze imparassero ad affrontare certi tipi di allenamento».

Al di là di Anna Rossi, il gruppo è completamente nuovo rispetto alla passata stagione. Siete già riusciti a creare uno spirito di squadra?
«Abbiamo un blocco con ben quattro atlete delle Alpi Centrali, che si conoscevano già dal periodo del comitato. È stato abbastanza facile l’inserimento anche di Sara Hutter e Nadine Laurent, provenienti da Val Venosta e Valle d’Aosta. C’è voluto poco a creare un bel gruppo, c’è un gran feeling tra le ragazze».

Al suo fianco alla guida della squadra è presente anche Michela Andreola. Come va la vostra collaborazione?
«Già la conoscevo dallo scorso anno, quando lavorava con la squadra Under 23. Lei mi dà una grandissima mano con le ragazze anche dal punto di vista comunicativo. Su alcune cose è per me facile confrontarmi con le atlete, quando parliamo per esempio di tecnica e allenamento, ma su altre tematiche è preziosa la presenza di una donna nello staff tecnico. Lei mi aiuta molto nella comunicazione, ma porta anche la sua fresca esperienza da atleta di alto livello, che ha un importante impatto sulle ragazze».

Può parlarci delle sei atlete che formano la squadra?
«Inizio dalle tre 2001. Abbiamo Anna Rossi, che quest’anno si presenta con un anno di esperienza in più in nazionale e nelle competizioni internazionali. È l’unica ad aver partecipato ai Mondiali Juniores di Oberwiesenthal. Sicuramente si sente questa esperienza in più. Ha iniziato la stagione facendo due raduni con il Centro Sportivo Carabinieri, presentandosi così all’attività di preparazione con noi già in una buona condizione. Tendenzialmente è un’atleta più orientata sulle sprint, ma l’obiettivo è di farla migliorare anche nelle distanze più lunghe. Sara Hutter è invece un’atleta più da distance, meno scaltra nelle dinamiche delle sprint. Ci siamo quindi posti per quest’anno l’obiettivo di farla migliorare sotto questo aspetto, sempre nell’ottica della squadra junior come ultimo step per cercare di colmare tutti i gap prima di entrare nel mondo senior. Giulia Cozzi è un’atleta matura, anche per il percorso che ha fatto, partendo da Piacenza, dallo Sci Club Bobbio, per poi trasferirsi nel bergamasco, fino a crescere ed entrare a far parte della squadra del Comitato Alpi Centrali. È una buona atleta nelle sprint, ma sta dando buoni segnali anche nei lavori più lunghi. In questo periodo sta attraversando un ottimo momento.
L’unica 2002 è Francesca Cola, di Bormio, che chiude il terzetto da atlete composto da lei, Anna e Giulia, che si allenano insieme in quell’area. Lei può far bene dappertutto sia nelle sprint che nelle distance. Lo scorso anno ha partecipato agli YOG, facendo esperienza. Anche nel corso degli allenamenti nel raduno di Forni Avoltri si è dimostrata in ottima condizione. È un’atleta super concentrata e molto metodica, è bello lavorare con lei.
Infine abbiamo le due 2003. Nadine Laurent ha vinto la Coppa Italia Under 18 e già da qualche hanno sta mostrando ciò che è capace di fare sia nelle sprint che nelle distance. È già a un ottimo livello, a testimonianza del buono lavoro svolto con il Comitato ASIVA. Con lei abbiamo inserito anche Lucia Isonni, per creare così questo gruppetto con un obiettivo più a lungo termine. Per l’immediato, però, potrebbero puntare già agli EYOF di quest’anno. Lucia è un’atleta molto determinata, al momento è più competitiva nelle distance, gare che le piacciono di più, ma ha buoni margini di miglioramento anche nelle sprint»
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Insomma spazio a due giovani 2003. Significa che c’è grande fiducia in queste ragazze.
«Abbiamo visto sia l’anno scorso sia negli anni precedenti, che queste due ragazze possono competere con le più grandi. Ovviamente hanno entrambe ancora tanto lavoro da fare e un bel margine di miglioramento. Sarà bello lavorare con loro».

Nel settore giovanile vi è stata una vera e propria rivoluzione con l’addio di Pietro Piller Cottrer e l’arrivo di Alfred Stauder. Qual è stato il suo primo impatto con il nuovo responsabile?
«Ci tengo a dire che mi ha fatto molto piacere ricevere la conferma da Freddy Stauder. È una persona molto entusiasta, un appassionato del nostro sport, di grande esperienza e non perde occasione di dare consigli a noi tecnici e agli atleti durante i ritiri. Cercheremo di fare il massimo in questa stagione, che anche per lui non sarà facile dal punto di vista gestionale ed organizzativo. Voglio però mandare un saluto e un ringraziamento a Pietro Piller Cottrer. Personalmente mi è dispiaciuto per la sua esclusione, perché con lui mi sono trovato bene sia dal punto di vista tecnico che personale. Al di là degli ottimi risultati che abbiamo ottenuto».

A Isolaccia siete in raduno con il gruppo Atleti di Interesse Nazionale, del quale lei è coordinatore.
«I raduni con gli atleti di interesse nazionale sono sempre stati un’ottima occasione per i tecnici della squadra di conoscere questi atleti già durante l’estate, parlare con i loro allenatori. È importante, affinché nel momento in cui, durante l’inverno, alcuni di questi atleti si dimostrano all’altezza della convocazione per partecipare alle gare internazionali con la nazionale azzurra, non sono a noi sconosciuti, in quanto si sono già messi in mostra durante i test estivi. Conoscendoli, sarà per noi più facile selezionarli nel corso dell’inverno».

Ultima domanda. Al di là di Fossesholm, che è un fenomeno assoluto, possiamo dire che anche nelle gare di OPA Cup Junior le nostre atlete troveranno un livello piuttosto alto. In particolare le svizzere hanno veramente impressionato nelle ultime stagioni. Quanto sono distanti le azzurre dalla possibilità di colmare il gap con fondiste del calibro di Siri Wigger?
«In questo caso parliamo di un altro fenomeno. Pur essendo solo del 2003, Siri Wigger è presente in OPA Cup Junior da due anni, nonostante la giovanissima età ha già vinto delle gare e ha ottenuto anche la medaglia ai Mondiali. Non dimentichiamoci poi di Anja Webber, che già a partire dai Giochi del Mediterraneo Estivi, nei quali vinse la medaglia nel triathlon, ha dimostrato di essere una grandissima atleta. Per le nostre fondiste si tratta di avversarie durissime, ma anche di un punto di riferimento. È bello sapere che questa atlete sono da podio a livello mondiale. Ciò significa che arrivare a 30” o un minuto da loro in OPA Cup, vuol dire essere a 30” o un minuto dal podio mondiale. Quindi atlete del genere devono essere un punto di riferimento e uno stimolo, anziché rappresentare uno scoglio. Sicuramente si tratta di atlete veramente forti, le azzurre dovranno impegnarsi al massimo per chiudere questo gap e magari con il tempo raggiungerle».

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