Semplicemente Chicco: La sconfitta

16 Gennaio 2019
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Author :  
Universo Nordico / Flavio Becchis

Quando nella week4 vi ho raccontato la Vittoria, di certo non avevo pensato che ciò implicava, prima o poi, di dover affrontare anche il tema della Sconfitta e visto che le gare di questo ultimo week end mi auguro di non ripeterle, credo che raccontarvi le sconfitte accusate sabato e domenica sia il modo giusto e magari unico per affrontare questo fastidiosissimo tema.

Vi avviso già che non entrerò nel merito della decisione della Giuria FIS di reputare il mio sorpasso ai danni di Gros come irregolare, che, come ho già detto ai media, a mio parere, rimane discutibile solo per il fatto che in casi analoghi la pena inflitta non sia stata così tanto penalizzante, anzi, a volte non sia stata neanche reputata necessaria.

Molto spesso è capitato di esser stato definito “falco” per la mia astuzia tattica e velocità nel saper cogliere i momenti giusti per andare a tutta, in alcuni casi addirittura staccando gli avversari. In questi giorni, a Dresda, invece, credo proprio di essere stato in più di una occasione un pollo. Sono il primo a dirlo ed il primo ad esserne rammaricato.

Ovviamente è importante per me riuscire sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno in queste situazioni, perché lasciarmi prendere dallo sconforto non può certo aiutare nel proseguo della stagione, anzi sarebbe un boomerang pericoloso.

Anche i weekend negativi vanno analizzati nel dettaglio, esattamente come faccio in quelli nei quali sono arrivato all’obiettivo programmato. Perché sul lungo periodo sono l’impostazione della gara e la tenuta mentale a fare la differenza e non il singolo risultato, che può essere imprevedibilmente positivo o negativo.

Certo rode di più dover ragionare a seguito di uno dei rarissimi fine settimana, per lo meno negli ultimi 5 anni, nei quali le cose sono andate veramente male rispetto alle mie aspettative.

Per cercare di spiegare l’approccio tattico alla gara di Dresda credo sia importante riflettere sul mio modo di affrontare la competizione in generale. Anche senza aprire troppi cassetti in una volta sola, visto che dedicherò una puntata intera in futuro al tema della tattica e rischieremmo di lasciare troppe cose in sospeso, spiegare come scelgo la condotta di una gara è importante per valutarne poi i risultati.

Il mio modo di correre di oggi è nato sicuramente in risposta alle delusioni dei primi anni in Coppa del Mondo. Mi capitava spesso di partire a tutta, di fare gara di testa dall’inizio alla fine ma di dovermi accontentare poi, in finale, solo di qualche piazzamento e molti sesti posti (o dodicesimi posti quando in finale non ci arrivavo proprio).

Succedeva perché fare gara di testa è molto dispendioso sia dal punto di vista fisico che da quello emotivo e nervoso. Così mi capitava spesso di arrivare in fondo senza birra a sufficienza per provare poi un attacco decisivo.

Queste batoste mi hanno spinto ad escogitare un personale approccio tattico alla gara  sfruttando appieno quella che a mio parere è la mia carta migliore: il cambio di ritmo.

Accendere la miccia in un preciso momento dunque fa parte del piano di gara ma non sempre tutto va come preventivato e basta un contatto, come quello di sabato a far crollare i piani e le valutazioni.

Certo condurre una gara di testa magari mi avrebbe permesso di avere a che fare con molte meno incognite e di arrivare comodamente alla partenza della finale, considerando anche che gambe e sci giravano alla perfezione (dopo 3 anni, avevo di nuovo fatto segnare il miglior tempo in qualifica). Però mi avrebbe anche tolto una quantità di energia tale da non poter poi provare a arrivare fino al primo posto, perché, tra gli elementi analizzati in funzione della tattica, c’era un forte vento in faccia nel primo lungo rettilineo che percorrevamo due volte e quindi restare coperti, per la prima parte di gara era la mia regola del giorno.

Perché quindi parlare di sconfitta se la tattica mi aveva portato, sul campo per lo meno, a passare i quarti di finale?

Perché se all’interno di una gara la mia Vittoria è il raggiungimento di un obiettivo preciso fisico e/o tattico, la Sconfitta è quando questo obiettivo non lo raggiungo. Rischiare così tanto nei quarti di finale ha reso palese che il momento dell’attacco decisivo l’ho cannato, prima sconfitta. Un pollo insomma, perché domenica poi, avevo tutte le carte in regola per salvare il weekend con una bella TeamSprint e, dopo che il mio fido compagno Noeckler aveva fatto il suo solito super lavoro, dandomi l’ultimo cambio praticamente in testa, di nuovo, ho ripetuto lo stesso errore: troppo in dietro e in mezzo ai casini nel momento decisivo. Pur avendo gambe e sci in grado di consentirmi tutt’altra tattica.

Doppia sconfitta dunque, e un boccone amarissimo da mandare giù. Un weekend che  appena dodici mesi fa mi aveva regalato una bellissima doppietta, quest’anno invece solo orecchie basse e parecchia tristezza.

Chiaramente è facile celebrare i vantaggi di una conduzione tattica a seguito di un buon risultato, mentre è più difficile mandar giù il boccone amaro quando qualche imprevisto si mette tra me e il bersaglio grosso. Ma è parte del processo: se voglio puntare al massimo devo essere pronto a mettere qualcosa sul piatto.

Ciò su cui è importante lavorare è la tenuta mentale, per impedire alla giornata no di lasciarmi troppe scorie mentali per le competizioni seguenti, cosa che non sono riuscito a fare tra sabato e domenica ma che in questi giorni, rientrato a casa, coccolato dalle torte di Greta e facendo i conti con me stesso raccontandovi questa sventura, già mi sembra di riuscire a fare.

Sbagliare può essere parte del processo, anche se lotto con tutte le mie forze, fianco a fianco con il team, perché questo accada il meno possibile, soprattutto nell’avvicinarsi delle competizioni più importanti.

Per concludere tiro fuori una perla che il ‘vecchio Rollo’ (Roland Clara) mi aveva raccontato un volta...

Una stagione è un po’ come la vita del lanciatore del peso: durante l’allenamento non lancia mica sempre nella direzione corretta, ma cerca di studiare tutti gli angoli possibili e immaginabili intorno alla traiettoria perfetta.

Un po’ a sinistra, poi un po’ a destra.

Tasta il terreno, raccoglie le sensazioni e studia le parabole, in modo da arrivare poi alla gara con tutte le informazioni necessarie per fare il miglior lancio in assoluto.

Ecco diciamo che il weekend di Dresda è stato il mio lancio nullo e che adesso devo rimettermi, da qui ai Mondiali, a provare quante più traiettorie possibili, per prepararmi al lancio perfetto.

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