In questi giorni si stanno svolgendo i Mondiali Junior (Under 20) e Under 23 a Lahti, in Finalndia. Come ogni anno, in questo periodo, riemergono i ricordi di quando li ho affrontati io, affacciandomi per la prima volta in carriera a competizioni di così alto livello e a un primo vero confronto internazionale. Colgo oggi l’occasione per affrontare una prima parte del tema ‘Giovani’, su cui molto spesso mi capita di ragionare con i compagni di squadra o gli allenatori, raccontandovi la mia crescita di quegli anni e qualche spunto di riflessione. Un tema che ho a cuore, perché so quanto quegli anni siano importanti per forgiare il carattere di un fondista.
So che molti ragazzi di quell’età leggono ciò che scrivo in #semplicementeChicco così come guardano i Vlog di Klaebo per trarre più insegnamenti possibile, ed è in primis a loro quindi che mi rivolgo oggi.
A lasciare le sensazioni più indelebili nella memoria di chi vi partecipa è quasi sempre il Mondiale Junior, che è l’evento intorno al quale ruota tutta la stagione degli atleti di categoria Under 20. Al mio secondo anno di questa importante categoria di transizione, nel 2010, ho raccolto in Germania il mio primo grande risultato internazionale: un bronzo nella sprint a tecnica libera. L’emozione di quella prima grande soddisfazione, non la scorderò mai.
Quella medaglia, quella prestazione, mi hanno presentato sul palcoscenico dello sci che conta e catapultato in un mondo completamente differente rispetto a quello in cui vivevo prima. Quando sono arrivato in nazionale junior non avrei neppure saputo mettere in ordine di importanza le principali competizioni: Coppa del Mondo, Tour de Ski, Olimpiadi e Mondiale.
Fino al primo Mondiale Junior il mio rapporto con la competizione in generale, e di conseguenza anche con lo sci, era diverso: più privato e meno ambizioso, più divertimento e meno risultati.
Forse perché ho un fratello maggiore di due anni e quindi, quando ci si sfidava in casa, che fosse di corsa, con i roller o sugli sci, ne uscivo sempre bastonato. O magari dipendeva dal mio rapporto con il calcio, prima passione giovanile: facevo l’attaccante e convivevo con la pressione del dover “fare gol” per non mandare all’aria il lavoro di tutti, quindi, sugli sci, del risultato cercavo di fregarmene, che tanto era solo mio nel bene e nel male.
E per questo la soddisfazione che derivava da un buon risultato finiva con l’essere sempre molto circoscritta.
Ma dopo la medaglia di Hinerzarten mi sono trovato come sparato in una dimensione completamente differente, un livello di attenzione e interesse tale da motivare un’ambizione nuova, feroce. Quell’ambizione che mi ha fatto trascorrere un periodo un po’ sopra le righe prima di diventare con il tempo quel professionista che cerco di raccontarvi tutte le settimane: focalizzato sul quieto vivere con l’obiettivo della vittoria.
Questo cambiamento e il ricordo di quelle prime emozioni fortissime sono alcune delle cose che mi fanno sentire profondamente legato al Mondiale Junior in generale, e sono anche il motivo per cui, in questo periodo dell’anno, il ricordo mi bussa dentro e mi riporta indietro con la memoria.
Tutta questa esperienza cerco poi di passarla alle nuove generazioni, provando a mettere sul piatto le cose che ho imparato, sperando che qualcuno riesca a farne buon uso.
Sabato scorso prima della sprint degli Junior, che tradizionalmente apre il Mondiale, ero al telefono con i ragazzi della nostra nazionale, con la nuova generazione, per dar loro qualche consiglio e fare il più sincero degli in bocca al lupo.
Rispetto alla mia generazione, questi ragazzi vivono già con una mentalità impostata verso il professionismo più completo. Si fanno un gran mazzo in allenamento (in termini di quantità, per quel che ho saputo, anche più di 700 ore all’anno quasi come quelle che faccio io adesso) e sono informati e preparati riguardo ai tanti aspetti ‘di contorno’.
Una grossa differenza rispetto a quello che facevo io all’epoca: negli anni Junior mi allenavo tra le 500 e le 550 ore e ancora non conoscevo nel dettaglio tutti gli aspetti da curare per sfruttare al massimo le mie doti da atleta.
Questo modo di vivere lo sci, super focalizzato al risultato già in tenera età, può essere una risorsa per loro oppure un pericolo, e a fare la differenza è la tenuta mentale. Come accade quasi sempre nello sport: senza la testa giusta rischi di affondare.
Parlando con loro e i loro tecnici ho avuto la sensazione che siano dei ragazzi svegli e pronti, assolutamente consapevoli dei propri obiettivi, del lavoro da fare per raggiungerli e del modo in cui questo lavoro va fatto.
Il super professionismo giovanile però ti toglie anche la possibilità di avere grossi margini di miglioramento in futuro e rischia, se non va di pari passo con un approccio positivo, di togliere un po’ di freschezza mentale e di cattiveria agonistica ai ragazzi.
Basta prendere il mio caso per farsi un’idea di che cosa intenda: la mia crescita è stata graduale e senza le difficoltà dei primi anni non sarei diventato un atleta così solido oggi. Ma al tempo stesso chi può dire che io non abbia ‘perso’ degli anni per strada, e risultati prestigiosi di conseguenza, proprio per essere diventato un vero professionista solo più avanti?
Lo sviluppo di ogni sciatore segue infatti un ritmo diverso, unico, non esiste una strada uguale per tutti e i grandi salti in avanti nell’approccio al lavoro li fai se sei il primo a capirne l’importanza e a volerli fortemente.
Quello che io posso offrire a questa nuova generazione, e che offrirò anche alle prossime ovviamente, è la mia esperienza, che può dare degli spunti di riflessione e di miglioramento. Perché comunque, a prescindere dal livello di preparazione di questi ragazzi, restano prima di tutto dei giovani uomini, con davanti difficoltà che stanno arrivando e sogni più lunghi dei loro sci.
Concludo quindi rivolgendomi a voi, giovani fondisti, di nazionale o di comitato, Under 20, Under 18 o Under 23:
“Prendete il massimo da ogni tecnico, tanto per cominciare. Anche io sono stato tirato su con il metodo del bastone e della carota, forse perché usarne solo uno dei due non basta.
Quindi imparate a ascoltare tutti gli allenatori con rispetto e cercate di incamerare tutto ciò che hanno da insegnare, perché, anche se in questa fase si tratta spesso di tecnici di transizione, sono tutti, chi più chi meno, grandi professionisti, alcuni anche ex campioni, che hanno visto crescere decine di atleti e che conoscono molto bene gli scogli che vi si piazzeranno davanti e potranno aiutarvi nel superarli.
Ascoltate i segnali che vi da il vostro corpo e iniziate a conoscerne i limiti, cercando anche di spingervici oltre (ma solo ogni tanto) perché è così che imparerete a capire quando servirà utilizzare l’acceleratore al massimo e quando no.
Imparate ad analizzare bene le prestazioni: siate capaci di non esaltarvi troppo dopo una vittoria ottenuta magari grazie a dei materiali superiori alla media e non deprimervi dopo una gara andata male magari per lo stesso motivo ma al contrario. È difficilissimo trovare l’equilibrio in queste valutazioni, ma per crescere è necessario farlo, perché dovete capire bene chi siete e soprattutto a che punto siete della vostra strada.
Non abbiate paura di sognare in grande. Più sono grandi e forti i sogni, più sarà lunga e dura la strada per raggiungerli, ma anche grande la motivazione che vi spingerà verso essi e la motivazione, si sa, è l’energia più grande di cui potete disporre non solo nello sport.
Infine mi rivolgo a chi è a Lahti, adesso. L’ultimo giorno, qualcuno di voi correrà la prima staffetta per l’Italia della carriera: è una gioia unica e un onore profondo. Regala il primo assaggio di un senso di appartenenza al Team che poi resta dentro. Sentite la responsabilità di rappresentare una Nazione e un movimento, in primis tutti coloro che il pass per il mondiale non sono riusciti a strapparlo, ma non fatevi schiacciare dalla pressione. L’unica cosa che conta è che a fine gara abbiate fatto il vostro meglio.
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