Primo gennaio, giorno numero uno del nuovo anno.
Spesso ci si alza tardi perché i festeggiamenti del 31 sono andati per le lunghe, fino all’alba in compagnia dei propri cari. Magari si scalda qualche avanzo del cenone e ci si piazza sul divano davanti alla televisione. Un momento da condividere con la famiglia, tra le mura di casa, anche per coloro che di solito approfittano di ogni momento di luce per mettersi gli sci ai piedi.
Questo è uno dei motivi extra per cui mi piace la sprint di Capodanno, che è capitata ieri per la terza volta in questa data, dentro il programma del Tour de ski.
Il Tour de ski è un evento unico e spettacolare, incastrato dentro ad una stagione già di per sé dura e dispendiosa. L’idea alla base è quella di riproporre in piccolo un format rubato al mondo del ciclismo: un tour, o un giro per dirla all’italiana, nel quale le tappe che lo compongono valgono sia come manifestazione a sé, sia come Coppa del Mondo.
Sono circa dieci giorni di gare in diverse località, da portare a termine sempre entro un tempo massimo e se ne salti una, sei fuori. In ogni singola “tappa” i punti che riesci a raccogliere non valgono come una normale gara di Coppa, ma la metà, mentre il bottino finale è il punteggio di Coppa del Mondo moltiplicato per quattro, discorso analogo vale per il montepremi.
Giusto per rendere la competizione ancora più tosta, il Tour finisce con la devastante Final Climb a tecnica libera del Cermis. 9 chilometri, che arrivano al termine dei giorni più pesanti dell’anno, di cui tre e mezzo di salita percorrendo al contrario la pista di sci alpino, con picchi che superano il 30% di dislivello. È un’ascesa davvero devastante, piazzata proprio all’ultimo giorno, dalla quale gli atleti escono sempre distrutti come testimonia il modo in cui tutti si accasciano al suolo, stremati, dopo aver passato il traguardo.
Dentro ad una stagione durissima (per chi ha il fisico per permettersi di svolgerla in toto), i giorni adrenalinici ed esaltanti del Tour, sono la ciliegina sulla torta a livello di spesa fisica e mentale, ma costituiscono anche una vetrina magnifica per il nostro sport, portandolo dentro alle case di milioni di persone proprio durante le feste.
Il Tour del 2019 è un po’ più snello rispetto ai precedenti, anche perché la tendenza di molti campioni nelle ultime stagioni è stata quella di non presentarsi proprio ai banchi di partenza, rinunciando alla ghiotta possibilità di raccogliere punti quadruplicati ma risparmiando anche preziose energie in vista dei mondiali o delle olimpiadi.
In molti di recente, quindi non hanno proprio preso parte all’evento, preferendo centellinare le energie e fare i calcoli sulle altre gare nel tentativo di vincere la Coppa generale. Come Klaebo nel 2018, l’unico finora capace di portarsi a casa la Coppa del Mondo saltando il Tour.
In effetti il Tour de ski non può essere preso alla leggera e il rischio, se la condizione o la programmazione non sono perfette, è quello di trascinarti dietro la stanchezza per intere settimane finendo magari di compromettere il resto della stagione.
Per cui quest’anno l’organizzazione ha previsto qualche tappa in meno e questo rendeva l’edizione 2019 quella più congeniale alle mie caratteristiche per provare a portarlo a termine per la prima volta in carriera. “Solo” quattro 15 chilometri di cui una a cronometro e una a inseguimento a skating e due Mass Start in Tecnica Classica, oltre a due sprint skating e il finale del Cermis.
Nonostante mi portassi ancora dietro qualche dolore alla schiena ormai da metà dicembre, il mio Tour era partito con delle belle prestazioni dal punto di vista tecnico e atletico.
Nella prima sprint, a Dobbiaco, sono arrivato settimo, uscendo in semifinale per tre miseri centesimi dopo un arrivo al fotofinish con Klaebo e Chanavat, in una gara condotta comunque molto bene dal punto di vista tattico.
Nella 15 km, sempre a Dobbiaco, mi sono difeso e sfruttando un bel treno ho terminato la gara in un buon tempo risparmiando energie per la seconda sprint.
Mi sono così approcciato alla seconda sprint, quella di Val Muestair, con sensazioni ottime, convintissimo di poter combattere per vincerla.
Tutto in gara sembrava andare come da previsioni e la mia condotta tattica prevedeva un attacco finale a Klaebo, che aveva preso la testa del gruppo circa a metà della finale. Ma proprio sul più bello, nell’ultimo scollinamento in un contatto con Ustiugov ho rotto la papera del bastoncino sinistro. Per cui quando provavo a spingere, il bastone invece che far presa sulla neve ci affondavo dentro.
Nonostante il tentativo dello staff di farmi cambiare il bastoncino, la frittata era fatta e sono stato costretto a difendere con successo il secondo posto senza poter attaccare il primo posto del norvegese.
Per cui, nonostante i due risultati siano positivi e le gambe stiano girando alla perfezione, un po’ d’amaro in bocca mi rimane perché sento che avrei potuto raccogliere un qualcosina di più in entrambe le mie gare sprint.
Il mio Tour de ski, purtroppo, si è fermato in Val Muestair.
Continuo a pensare che prima o poi ne porterò uno a termine, fino al Cermis, ma finchè il calendario manterrà questa struttura rimarrà un’opzione secondaria per me. Ogni anno infatti nel weekend successivo all’ultima tappa del Tour c’è il weekend degli sprinter con una Sprint e una TeamSprint, un appuntamento chiave della mia stagione, al quale tra l’altro quest’anno mi presenterò da vincitore in carica. Voglio difendere la doppietta dell’anno scorso e diventerebbe un’impresa ai limiti dell’impossibile farlo dopo aver completato tutto il Tour.
Bisogna mantenersi freschi di gambe e lucidi di testa nel programmare le gare di una stagione, cercando di non perdere mai di vista l’obiettivo finale, anche se questo mi obbliga a rinunciare ad alcune delle uscite più spettacolari del circuito.
È sempre un rammarico lasciare il Tour, ma mi basta vedere l’incredibile sforzo che i fisioterapisti, i tecnici e gli skimen portano a termine, per sentirmi comunque al loro fianco in questa impresa titanica.
Per dieci giorni a spasso sulle Alpi intasate dal traffico dei turisti, preoccupati di far girare le gambe degli atleti come orologi svizzeri in mezzo a trasferte lunghe e competizioni durissime. Gli staff vivono il Tour come una vera e propria odissea, capace di regalare ogni anno una soddisfazione intensa quasi quanto quella che si prova al termine di un Mondiale o di un’Olimpiade, una volta ultimato. Una gratificazione massima per aver portato a termine uno degli eventi più duri di tutto il panorama degli sport invernali.
Un evento spettacolare, che presto o tardi, porterò a compimento anche io, ma ora come ora le mie priorità sono altre, da andare a prendermi un pezzetto alla volta. Continuo a preferire il “poco e bene” al “tanto e meno bene”, soprattutto se nelle mie sprint continuo a lottare per la vittoria.
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