Ciao amici! Oggi vi racconto di come ho passato gli ultimi giorni, che purtroppo, non sono stati tranquilli come speravo di rientro dall’ottimo inizio di stagione al Nord.
Questa settimana mi sono preso un gran bello spavento per via di un piccolo infortunio rimediato in maniera un po’ da pirla e, a dire il vero, anche sfortunata. Martedì scorso, dopo una lunga sciata ai 2300m della pista da fondo del Gabiet tra gli impianti del MonterosaSki, proprio mentre stavo per risalire in macchina, non mi sono accorto di una lastra di ghiaccio e ho fatto un volo, atterrando con il sedere sull’asfalto.
Lì per lì, a caldo, non mi sono reso conto di quanto forte avessi preso il colpo e non ho dato troppo peso all’accaduto. “Una normale botta” mi sono detto, anche perché inciampare inciampiamo tutti e questa volta era semplicemente toccato a me. “Un po’ di ghiaccio e si sistema anche questa”.
La mattina dopo ho effettuato lo spostamento in macchina verso Livigno dove avevo programmato il periodo di carico in quota sacrificando le gare di Beitostoelen. Era l’occasione di fare ore e dei lavori mirati per farmi trovare ancora più pronto ed esplosivo negli appuntamenti a venire. Ma dopo il tragitto e dopo un primo, blando, allenamento di recupero, la mattina seguente in palestra mi sono letteralmente bloccato.
È stato un semplice squat la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un esercizio che ripeto ogni settimana e che conosco molto bene, ma lì, complici la botta, il viaggio e il sovraccarico è stato inaspettatamente doloroso.
Poche ore dopo aver sentito tutta la schiena bassa irrigidirsi facevo fatica persino a stare seduto e muovevo a fatica la gamba sinistra, cosa che mi ha fatto veramente buttare giù il morale fino al momento della visita dell’ortopedico organizzato grazie all’ottimo lavoro dello staff medico. Dopo un paio d’ore avevo l’esito clinico ed ero già entrato in fase di recupero partendo da un fondamentale massaggio di scarico del mio vecchio fisio Clod, che fortunatamente si trovava a Livigno in raduno con la Squadra B.
L’allarme è quindi subito rientrato: si è trattato di un edema, creatosi per la caduta, che ha attivato in un meccanismo di compensazione, tutta la catena posteriore, mandando in tilt una parte della muscolatura. Un ‘banale colpo di frusta’ che però mi ha fatto prendere uno spavento per niente banale!
Lo spavento è stato grande, probabilmente perché agli infortuni non ci sono così tanto abituato, o meglio, molto spesso mi capitano acciacchi più o meno importanti, ma di infortuni gravi, tolta un’operazione alla spalla del 2012, non ne ho dovuti affrontare.
Da questo punto di vista devo ammettere di essere un atleta fortunato, non solo grazie al fatto che pratico uno sport che già di suo è a basso rischio infortuni, ma anche per le competenze di tutte le persone che si sono prese cura del mio fisico in questi anni, sia chi lo ha fatto allenare senza andare mai troppo oltre al limite, sia chi lo ha dovuto rimettere in sesto dopo che, in un modo o nell’altro, il limite lo ho superato.
Quindi, seppur di esperienze forti in questo campo non ne ho vissute, nell’affrontare i miei piccoli incidenti di percorso, vi racconto in che modo entra in gioco la parte più personale e anche filosofica della questione infortuni, secondo il mio punto di vista.
Ci sono due principi cardine nel mio rapporto con gli infortuni e con le problematiche piccole o grandi che mi possono capitare nel corso di una stagione.
Il primo è che il lavoro di oggi è sempre determinato da quello di ieri e da quello dei giorni, settimane, mesi, anni precedenti. Non ci si inventa nulla nell’allenamento e il miglioramento della performance a me piace pensarlo come una crescita esponenziale nel tempo. Ma lavorare sopra i piccoli acciacchi (o sopra i grandi sovraccarichi) che una stagione può portarti ad affrontare, deve essere fatto con grande attenzione, ascoltando con cura i segnali del proprio corpo.
Per questo da un problema fisico non si recupera magicamente in un giorno e la propria soglia massima di sopportazione del dolore non la si tira certo ad indovinare, anzi. Spesso è l’esperienza passata ad insegnarmi quanto io possa lavorare sopra ad un infortunio piuttosto che un altro. L’importante è fare in modo che la situazione non peggiori, continuando nella costruzione dei successi futuri senza perdere allenamenti, magari rallentando un po’ il tiro, ma facendo assolutamente attenzione a non fare passi in dietro.
Le problematiche fisiche quindi le affronto così: prima, come si dovrebbe sempre fare, mi affido allo staff medico per dare un contorno preciso all’infortunio, poi organizzo un nuovo programma di lavoro con l’allenatore e preparatore, che tenga anche conto della questione medica. Ed infine cerco di ascoltare il mio corpo in maniera tale da riuscire comunque a portare a casa il massimo che ho a disposizione per ogni giorno di allenamento programmato dando continuamente feedback allo staff.
Qui subentra il mio secondo principio cardine: sapere che ogni cosa è fondamentale e, allo stesso tempo, niente lo è.
So che può sembrare un controsenso, ma è proprio in questo equilibrio che sta il segreto per una gestione proficua degli infortuni.
Ogni allenamento è fondamentale: questo è il punto di partenza. Che sia una seduta di palestra, una lunga sciata o una corsa defaticante, bisogna sempre ricordarsi che ogni casella che precede il giorno della gara è una tappa equamente importante alle altre. Tutte uguali. Così riesco sempre a mantenere il mio livello di attenzione su standard elevati e non prendo sottogamba nessun aspetto della preparazione. A volte mi capita che, complice un acciacco come quello di questa settimana, magari, preferirei fare un riposo in più. Ma, se sono in grado dentro la soglia massima del dolore, di lavorare allora lo faccio sempre. Perché: ogni cosa è fondamentale, a maggior ragione se, come in questo caso, è la sintomatologia a determinare se posso o non posso forzare.
Quando però i segnali lanciati dal mio corpo iniziano a superare il confine che c’è tra un lavoro forte fatto sotto stress e un lavoro che invece è controproducente, mi convinco a fermarmi immediatamente, perché ciò che diventa fondamentale è non rovinare la mia forma fisica peggiorando l’infortunio.
È un confine sottile, riuscire a perseverare di fronte a un elemento imprevisto è sicuramente un passo importante verso il miglioramento. Ma avere la capacità e l’umiltà di capire quando si sta rischiando di peggiorare la situazione è altrettanto fondamentale, perché è ciò che ti permette di non correre rischi ma di essere sempre sul pezzo per creare ogni giorno la miglior versione possibile di sé stessi.
Detto ciò, questa volta in fin dei conti mi è andata bene, anche se a parlare di conti qui chi ci ha rimesso di più è Greta che ha dovuto sopportarmi per due giorni di pesantezza da convalescenza – ma ormai con lei il conto aperto è una lista infinita, e con infinito metto già le mani avanti...
In conclusione ho perso ‘solo’ un paio di sedute di lavoro ma saranno gli allenamenti dei prossimi giorni a dirmi se sarò pronto per la tappa di questo sabato a Davos, che per me ha sempre significato grandi prestazioni.
Io, per non rischiare di uscire dal mio approccio alla gara raccontato nella week4, questa volta mi sono solo preso un pelo più per tempo ;-)…